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10.09.2024 # 6447

Marco Maraviglia //

Matteo Abbondanza in mostra con Far Horizons

Le coincidenze visive degli orizzonti marini. Quando un certo schematismo rende sereni.

Fino al 19 settembre il fotografo milanese Matteo Abbondanza espone undici opere nella Casa di Dante a Firenze, il Museo dedicato al sommo poeta.

E forse non è un caso.

Non è un caso perché ricordiamo tutti la struttura “architettonica” e maniacale dei versi della Divina Commedia che non era lasciata all‘improvvisazione ma rispettava regole ritmiche dei versi, delle rime e che sfioravano la pura matematica.

Un equilibrio armonico, ritmico, i cui principi furono seminati da Aristotele, Platone e da altri filosofi greci. L‘ordine contro il caos.

E Matteo Abbondanza sono circa 8 anni che, dopo un percorso di fotografia “street”, ha iniziato a realizzare le sue immagini depurandole sempre più di contenuto dedicando maggiormente l‘attenzione alla forma. Le immagini che ci propone in questa mostra, sono schematiche, geometriche, ordinate, equilibrate, armoniche.

 

C‘è troppo caos dentro di me per riuscire a sopportare anche quello fuori da me. Per questo i miei scatti sono puliti e armonici: con la fotografia cerco di mettere ordine nel mondo esterno, non riuscendo a metterlo nel mio mondo interno.

 

Provate a fare un esperimento: se avete la scrivania incasinata, mettetela in ordine, rimuovete tutti gli oggetti che non servono, scrivete su un foglio di carta tutte le cose che dovete fare a breve/media/lunga scadenza, mettete le carte nei folder da riporre poi su uno scaffale. E pulitela pure questa povera scrivania. Una volta seduti nella vostra postazione di lavoro, noterete che la mente inizia a rilassarsi e tornerete a un punto di partenza fatto di benessere mentale che offre maggiore concentrazione. Banale ma funziona.

Fate un altro esperimento: procuratevi uno spartito in bianco, scriveteci voi le note sul foglio, poi andate da un musicista e chiedetegli di suonare ciò che avete scritto sul pentagramma. Ne uscirebbe un brano rumoroso, cacofonico, sperimentale forse. Con molta probabilità, non sarà musica orecchiabile.

 

Nell‘era classica i canoni della bellezza erano il risultato di studi geometrici. Il rettangolo aureo per strutturare un tempio, la distorsione prospettica per esaltare l‘imponenza di certe statue, archi ideali che si intersecano nel Discobolo.

Proporzioni, geometrie, diagonali ed ellissi complementari, rapporti fibonacceschi… sono regole impiegate anche nella pittura. Il disegno preparatorio non era dettato dall‘impulso dell‘artista ma seguiva una composizione che dava un senso di lettura compiuto dell‘opera finale. Senza rumore visivo. Senza stonature. Una sinfonia visiva!

 

Del resto anche nella grafica classica si seguono griglie. Che sia per la composizione di un logo o per l‘impaginazione di un libro illustrato. Le regole si possono infrangere se si conoscono a menadito le basi.

Se Rhein II di Andreas Gursky è la foto più quotata di tutti i tempi, probabilmente è anche per la sua struttura compositiva: un equilibrio estremo degli spazi tra i rettangoli orizzontali. E forse Gursky non si sarà mai reso conto dei rapporti proporzionali di quella sua foto.

 

Matteo Abbondanza con Far Horizons segue con delicatezza e sensibilità i geometrismi di cui sopra. Senza che le immagini risultino raffazzonate o forzate, ma con un‘estetica ricercata dove le forme creano coincidenze tra opere dell‘uomo e la natura in cui il mare, con il suo orizzonte, fa la sua parte. Equilibri tra colori, luci ed ombre parallele e perpendicolari in cui a volte la prospettiva di un elemento o le sue diagonali, riportano profondità nella visione.

E ritroviamo quel benessere mentale, quella stessa sensazione di pace di quando ci sediamo alla nostra scrivania riordinata.

Senza rumori visivi. Distaccandoci dalla realtà. Accorgendoci che la realtà può essere vista nel suo lato più essenziale. Eliminando il caos intorno. E quello dentro di sé.

 

Matteo Abbondanza

È un fotografo di Milano. Ha esposto a Roma, Milano, Venezia, Firenze, Assisi, Torino, Trieste, Mantova, Lodi, New York e Budapest sia in mostre collettive, sia personali.

Hanno scritto di lui: L‘oeil de la photographie, Exibart, The pure inner, Aperture Magazine, Bagzine, Woofer Magazine, Il Giornale Off, Mag72, Wikiradio, La strada d‘Italia e diversi quotidiani italiani. Nel 2021 ha collaborato con Einaudi Editore. Nel 2023 ha pubblicato il suo primo libro: “la forma è il contenuto”. Sito web: www.matteoabbondanza.com

 

 

 

FAR HORIZONS

Di Matteo Abbondanza

A cura di Giancarlo Bonomo e Rita Raffaella Ferrari

Società delle Belle Arti, Circolo degli Artisti presso Casa di Dante

via Santa Margherita 1 R, Firenze

dal 7 al 19 Settembre 2024
dal martedì a domenica 10.00-12.00 e 16.00-19.00 (chiuso il lunedì).
Ingresso libero

 

Con il patrocinio del Comune di Firenze, in collaborazione con Club per l‘UNESCO di Firenze e Udine.

 

Contatti

info@matteoabbondanza.com



03.09.2024 # 6440

Marco Maraviglia //

Paolo Manzo in mostra con gli invisibili di “La Città Invisibile”

Disagi economici, culturali, urbanistici di Napoli in un progetto fotografico lungo oltre 10 anni

La fotografia sociale è come un “lavoro sporco” che non tutti i fotografi si sentono di fare. Almeno non nelle modalità adottate da Paolo Manzo. Entrare nella storia, in punta di piedi, conoscere di persona i soggetti da riprendere, trascorrerci insieme ore o più giornate intere. Documentare il contorno, l‘ambiente in cui ha luogo la storia da documentare. Resistere alle sofferenze altrui come un chirurgo che deve salvare vite e deve saper avere anche quell‘empatia per relazionarsi con i familiari del paziente.

Paolo Manzo è un attento lettore del sociale. Osserva e coglie il problema con i suoi effetti. Raccoglie il “brief” della notizia: cosa è successo, perché è successo, dove, quando, perché.

Senza pregiudizi, senza intervenire per guarire un male come farebbe il chirurgo, ma semplicemente documentando degrado, sofferenza, aspetti della vita oltre i confini della quotidianità “normale”. Quella considerata del proprio salotto, per intenderci.

Perché il malessere del degrado delle periferie non è lui a doverlo guarire. Ha solo spazio per denunciare. Rendere visibile ciò che è invisibile in certi salotti o quel che viene messo sotto il tappeto in certe stanze. Attraverso la fotografia.

Paolo Manzo ha l‘accortezza di non testimoniare quei “valori” esaltati da certe fiction. Lui coglie invece il lato umano delle situazioni di disagio. Identifica disuguaglianza economica, ingiustizia sociale, segregazione urbana, nell‘assenza di iniziative culturali ed educazione al bello che dovrebbero essere i cardini per qualsiasi civiltà di ogni parte del mondo affinché non si demoralizzi.

 

Durante l‘adolescenza, mentre percorreva in auto col padre una zona di periferia di Napoli, vide dal finestrino i cosiddetti “casermoni dormitorio”, alti edifici in cemento armato e si chiese se gli abitanti vivevano allo stesso modo della sua famiglia.

L‘imprinting di un ragazzo di periferia anche lui e che adotta poi la fotografia per osservare, analizzare, denunciare la vita del Nord Est e Ovest di Napoli. Territori anarchici, sotto certi aspetti, dimenticati dai flussi di denaro istituzionali che dovrebbero invece renderli a misura d‘uomo.

 

Napoli risulta essere una delle città italiane con il tasso di criminalità più alto al mondo, dove la povertà educativa è un problema crescente e il numero di giovani NEET (not in Employment, Education or Training) è in aumento. Le opportunità per i giovani sono strettamente legate alle condizioni economiche e culturali delle loro famiglie, e l‘ambiente suburbano aumenta il rischio di abbandono scolastico e di coinvolgimento in attività illegali, creando un senso di precarietà che alimenta un circolo vizioso e peggiora le condizioni di chi vive. 

-       Paolo Manzo

 

Paolo Manzo documenta dal 2012 queste zone. Da quando, dopo il terremoto dell‘80, ci fu il flusso migratorio dall‘Irpinia e degli sfollati del centro storico verso le zone periferiche di Napoli: Afragola, Caivano, Ponticelli, Secondigliano, Torre Annunziata, Pianura e Scampia.

Un progetto pubblicato a più riprese su varie testate nazionali e internazionali.

 

Bio

Paolo Manzo è un fotografo che risiede e si è formato a Napoli (Italia) e allo “IED” (Istituto Europeo di Design) di Roma.

Pubblica su Vanity Fair, La Repubblica, Millennium e riviste internazionali come Stern Crime, Focus Magazine, Edition Gallimard e El Pais con cui collabora da 5 anni.

Ha ricevuto il Pierre & Alexandra Boulat Award 2023 e il 2° Premio BarTour Photo Award 2023.

 

 

La Città Invisibile

Di Paolo Manzo

36° edizione Visa Pour L‘Image

Eglise Des Dominicains

6 Rue François Rabelais

Perpignan - Francia

Dal 31 agosto al 15 settembre 2024

www.paolomanzo.com



31.07.2024 # 6436

Federica Cerami //

Ritratto Fotografico Sensibile

La fotografia di ritratto è amata da un pubblico trasversale, perché funge, per tutti, da possibile specchio nel quale riflettersi o da oasi mentale nella quale fermarsi e pensare a sé stessi e al proprio mondo.

L’idea del ritratto fotografico si riferisce a una opera artistica che rappresenta una persona o un gruppo, secondo la riconoscibilità, nelle forme ma, in qualche modo, anche nei contenuti, creando un ponte emotivo e comunicativo con i suoi spettatori.
Quest’anno, in veste di lettrice di Portfolio, al Festival Fotoincontri 2024, ho avuto l’occasione di poter leggere il Portfolio fotografico di Alessandro Magagna dal titolo SPB, che mi ha incantato per la sua leggerezza calviniana e la sua profondità emozionale.
Questo acronimo sta a indicare il tipo di fotografia realizzata e, al tempo stesso, anche il metodo di lavoro che Alessandro ha inventato otto anni fa, ovvero: Sensitive Portrait Box 
Realizzare un ritratto fotografico interessante non è così semplice come potrebbe sembrare perché occorre, non solo porsi il problema di avere qualcosa da dire sul soggetto in questione, ma è necessario stabilire un approccio, con il proprio soggetto, che porti ai risultati immaginati e dica anche qualcosa del suo autore agli spettatori.
Giovanni Gastel in una spumeggiante intervista rintracciabile in questo link , elargisce dei consigli molto utili per realizzare una fotografia di ritratto che porti concretamente la firma del suo autore.
Tutto è sintetizzabile in un concetto semplice: il fotografo deve conoscere sé stesso e il suo mondo per poi trovare il modo di proiettare tutto ciò su i suoi soggetti fotografati al fine di realizzare fotografie come una doppia tracce di presenza viva del suo autore e del suo soggetto.
Alessandro, che nel suo curriculum ha esperienze fotografiche piene di sensibilità verso il mondo che approccia, decide, un giorno, di unire le sue passioni per la musica, per la fotografia e per le relazioni umane e inventa la SPB, uno strumento volto a creare un filo rosso con tutte le persone incontrate e a generare una forte poesia a beneficio dei suoi spettatori.
La sua scatola per i “ritratti sensibili”, da allora ad oggi, ha fotografato circa 500 persone.

Riprendo le sue parole per raccontare la sua invenzione:
“È una cabina, nera. Una sorta di scatola in cui una volta entrati ci si isola dal mondo esterno.
È una cabina nera, all’interno si trovano uno sgabello, una cassa acustica e una luce.
La persona che partecipa alla performance deve solo entrare, sedersi e sentirsi libera.
Di fronte al viso un foro e l’obiettivo della macchina fotografica. All’esterno della scatola ci sono io che aspetto che la persona dentro la scatola si metta seduta, pochi attimi di silenzio e scatto una foto. Qualche secondo dopo lo scatto, faccio partire una canzone scelta da me.
La scelta è puramente casuale e non è mai la stessa.
La musica si diffonde nella SPB e io scatto una seconda foto.
Due scatti, due pose: una in silenzio, l’altra con la musica”.
Una ricca selezione del lavoro di Alessandro, con la sua SPB è consultabile in questo link, che apre le porte alle emozioni difficili, talvolta, da esternare e da raccontare. 
Chissà se dopo aver visto queste fotografie non vi verrà voglia di ascoltare le canzoni legate ad ogni dittico presentato, per provare a sentire questi scatti più vicini a voi.
Questa credo che sia una delle infinite magie della fotografia di autore: creare comunità di intenti e di passioni tra persone, che nemmeno si conoscono, senza limiti di tempo e di confini.

31.07.2024 # 6435

Federica Cerami //

Prescrizioni fotografiche per la vacanza

Se state per staccare la spina, per godervi il meritato riposo estivo, dopo un anno di lavoro, potrebbero tornarvi utili le mie prescrizioni fotografiche

Se state per staccare la spina, per godervi il meritato riposo estivo, dopo un anno di lavoro, potrebbero tornarvi utili le mie prescrizioni fotografiche.
Senza impegni di lavoro, senza orari prestabiliti e senza nemmeno precisi obiettivi da mettere a punto, la vacanza può facilmente diventare l’immagine concreta della sua etimologia.
Il VACUUM degli antichi romani, da intendere come spazio vuoto nel quale andarsi a rigenerare, può assumere le forme di un vuoto smarginato, da riempire indiscriminatamente, a tutti i costi, senza compiere alcuna selezione.
Qualsiasi relazione avete con la fotografia, prima di andare in vacanza vi suggerisco di dedicarvi del tempo per ricordarvi di cosa avete realmente bisogno prima di lasciarvi andare a una produzione fotografica composta di una serie di scatti di indistinti momenti irripetibili.
Viaggiamo portando con noi un bagaglio fatto di vissuti personali, più o meno pesanti, di aspettative da dissimulare velocemente, di quel sottile, ma persistente senso di precarietà che non ci fa mai arrivare dove realmente vorremmo e di eccentrici occhialoni con le lenti rosa che ci mostrano rappresentazioni del mondo perfette, iconiche e senza alcuna sbavatura.
Con queste premesse, al rientro dalle vacanze, il rapporto con la realtà diventerà due volte più difficile da smaltire poiché avremo lasciato a casa una parte fondamentale del nostro processo creativo e percettivo fotografico, ovvero la nostra inimitabile e irripetibile autenticità.
Occorre partire con una valigia leggera ma concreta, specchio della nostra reale essenza, riempita da poche cose, ma utili per passare questo tempo con noi stessi, senza sovrastrutture e inganni.
Lasciamo a casa maschere, corazze e filtri di bellezza che sembrano proteggerci dall’insostenibile idea del vuoto e mettiamo in valigia una dose abbondante di surrealismo fotografico, sia teorico che pratico, che, vi garantisco, ci aiuterà a essere liberi in ogni circostanza.
Sarà da questo punto in poi che potremo permetterci di essere noi stessi, nella luce e nell’ombra, nei colori e nel bianco e nero, nelle nostre visioni e nelle nostre riletture del mondo.
Nel Manifesto del Surrealismo, pubblicato da Andrè Breton nel 1924, questo movimento viene definito come: Automatismo psichico puro, con il quale si intende esprimere sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento REALE del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale.
Questa esigenza di abbandonarsi al surrealismo nasce, nella Parigi di inizio novecento, con la lettura dell’interpretazione dei sogni di Freud, nel quale si afferma che i temi del sogno e dell’inconscio devono avere un ruolo centrale in una società all’insegna del progresso.
Verranno privilegiati, in tal senso, gli aspetti propositivi e liberatori presenti nell’inconscio e nell’esperienza del sogno, capaci, secondo i surrealisti, di rivelare la reale natura delle cose.
Il surrealismo, fondando le sue radici nell’esaltazione dell’inconscio e del subconscio, nell’ambito del processo creativo, permette all’uomo, togliendo le restrizioni della ragione, di essere libero di esprimere la parte più autentica del suo essere. 
Vi auguro questa libertà che va oltre il socialmente accettato, travalica i confini del gusto fotografico imperante e porta, con forza, la firma di chi la riesce a esprimere
Attraverso il Surrealismo lo spettatore, ma anche il creatore d’arte può mostrare una realtà diversa che esiste in un universo che non può essere toccato, ineffabile come un sogno o reale come il mondo visto con gli occhi di bambino.
La fotografia, con questa premessa, è uno degli strumenti più efficaci per far emergere gli aspetti profondi e sorprendenti della quotidianità, paradossalmente, attraverso l’esaltazione dell’ambiguità delle immagini, di cui è costituita la realtà fino a rendere l’oggetto fotografato apparizione misteriosa, ambigua e spesso inspiegabile attraverso la sola ragione. 

10.07.2024 # 6434

Marco Maraviglia //

Massimo Siragusa archeologo del tempo

Vuoti di memoria. Sicilia ‘43: le immagini di oggi. Una mostra extrasensoriale

A Catania c‘è un museo dedicato allo sbarco degli alleati avvenuto il 10 luglio 1943. È il Museo storico dello Sbarco in Sicilia. In questo museo c‘è lo spazio espositivo Phil Stern Pavilion che ospita 70 fotografie dello stesso Stern che documentò l‘Operazione Husky. Un vero tempio della memoria dove Massimo Siragusa espone il suo ultimo lavoro.

 

A cosa serve ricordare? Perché rispolverare il passato? Perché celebrare giorni della memoria? Cercare, trovare e conservare tracce del passato aiuta a migliorare il futuro? O solo per intristire i comuni mortali che non sono mai stati artefici di crimini contro i propri simili?

Massimo Siragusa in questa occasione si è messo nei panni di un archeologo del tempo. Alla ricerca dei segni ancora presenti nei luoghi della Sicilia che ricordano i giorni dello sbarco degli alleati.

E lo fa allontanandosi dal suo modo consueto e ghirriano di fare fotografia, quello di scattare in high key, al limite della sovraesposizione lasciando il punto bianco. Qui infatti, in oltre 30 fotografie in mostra, l‘occhio deve entrarci allargando la pupilla, come osservare nella penombra e nell‘ombra. Un low key che intensifica quel contesto drammatico fatto di notti insonni degli abitanti dell‘isola, di respiri affannosi di paura e fatica dei soldati immersi nell‘ascolto e nelle attese di mosse del nemico. Tra bunker, casematte, trincee e aperta campagna.

 

Massimo Siragusa ha creato un rapporto empatico col territorio, andando oltre il lavoro di pura documentazione. Immagini notturne che lasciano intuire la difficoltà degli spostamenti al buio dei plotoni, riprese aeree che mostrano spazi dai confini indefinibili, intonaci di muri blindati ma erosi dal tempo. E la costa, il mare, sempre implacabilmente in movimento come lo era nel 1943.

Come se esso non fosse stato scalfito dai rumori ed esplosioni delle armi e il suo suono che rintuzza sulla battigia sembra volerci raccontare che la sua grandezza non fa guerre ma ci rimanda urla nel silenzio.

 

A implementare questa mostra, sono i suoni digitali prodotti dal sound artist Michele Spadaro con la sua opera Reflection in Time creata per l‘occasione.

 

Reflection in Time, esplora le conseguenze acustiche della riverberazione all‘interno di un particolare luogo, i bunker della seconda guerra mondiale situati lungo la costa sud-orientale della Sicilia.

Il risultato è ottenuto utilizzando un approccio noto come misurazione della risposta agli impulsi, che consente lo sviluppo di una mappa delle prestazioni acustiche di un luogo, che può poi essere utilizzata a livello statistico o, come nel caso di questa ricerca, per ricreare digitalmente l‘effetto del suono in una determinata posizione nello spazio. Queste misurazioni vengono quindi impiegate per generare due scenari sonori differenti e in antitesi, che avvengono nello stesso luogo: quello originale, che mira a raffigurare l‘acustica drammatica dovuta all‘utilizzo primario dello spazio; e quello contemporaneo, che esprime un‘esperienza acustica che persiste in condizioni opposte. 

- Dal comunicato stampa

 

Non è una mostra in senso lato, ma un‘opera extrasensoriale. Il pubblico proverà senz‘altro emozioni torbide, cupe, avvertendo il dramma di situazioni belliche.

 

L‘ambasciatore tedesco Otto Abetz, osservando il Guernica di Picasso:

«Avete fatto voi questo orrore, maestro?»

Pablo Picasso rispose:

«No, è opera vostra!»


Se non ci fosse stato il nazismo non avremmo avuto nemmeno questa mostra di Massimo Siragusa con i suoni di Michele Spadaro che ci ricordano la II guerra mondiale.

Ma probabilmente conoscere gli orrori del passato non serve. Perché ancora oggi esistono guerre. Documentare, reinterpretare, materializzare segni del passato forse può servire da scherno ai “Masters of war”, come direbbe Bob Dylan. Ma noi non ci auguriamo come Dylan di poter seguire un giorno le loro bare, ci basterebbe non seguire più quelle delle vittime innocenti.

 

 

GLI ARTISTI

Massimo Siragusa (Catania, 1958) vive a Roma dove insegna allo IED. Ha esposto in numerosi musei e gallerie in Italia e all‘estero, tra cui Polka Galerie a Parigi, Forma Galleria di Milano, Museo di Roma in Trastevere, Auditorium Parco della Musica di Roma, Galleria del Credito Valtellinese di Firenze, Centro di Fotografia nell‘Isola di Tenerife, Coalface Gallery di Genk e Photo Vernissage Manege di San Pietroburgo. In campo pubblicitario, ha firmato numerose campagne per diverse aziende. Ha vinto quattro World Press Photo e pubblicato vari libri tra cui Il Cerchio Magico, Credi, Solo in Italia e Bologna.

 

Michele Spadaro (Catania, 1994), sound artist, inizia la sua esperienza suonando musica, per poi svilupparla nella comprensione della tecnologia audio. Per acquisire le conoscenze e le competenze desiderate, completa un corso di diploma in Produzione musicale e ingegneria del suono presso Point Blank London; un BA (Hons) in produzione audio presso l‘istituto SAE, Londra, ed è attualmente iscritto a un MMus in Sonic Arts presso la Goldsmiths University. Durante i suoi studi universitari è  coinvolto in progetti che includono programmazione audio per piattaforme XR, inclusa la sua tesi: Efficient Real Time Auditory Display for Virtual Reality Experience (2016), che esplora la percezione psico-acustica dell‘udito umano.

 

 

Vuoti di memoria Sicilia ‘43: le immagini di oggi

Fotografie di Massimo Siragusa e opera sonora di Michele Spadaro

A cura di Ezio Costanzo

Phil Stern Pavilion – Museo storico dello Sbarco in Sicilia 1943 - Le Ciminiere, piazzale Rocco Chinnici, Catania

inaugurazione mercoledì 10 luglio 2024, ore 19.00
dal 10 luglio 2024

martedì – domenica, 09.00 – 15.30, ultimo ingresso. Lunedì chiuso

Informazioni: segreteria@fondazioneoelle.com


Foto di copertina:

Agira (Enna) – Cimitero Militare Canadese © Massimo Siragusa

Foto sotto:

Siracusa – Tonnara Terrauzza © Massimo Siragusa


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