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15.02.2022 # 5913

Marco Maraviglia //

Fotografare letteralmente. La scrittura al servizio della fotografia

Un saggio di Simona Guerra con preziosi consigli che aiutano a potenziare la comunicazione delle proprie fotografie

Chi è Simona Guerra

Laurea al DAMS di Bologna. Ha studiato storia della fotografia con Italo Zannier. Si occupa da oltre vent’anni di fotografia e ha lavorato per importanti archivi fotografici tra cui Archivio Fratelli Alinari, Archivio Ist. Antoniano (Zecchino d’Oro), Archivio IlSole24Ore Edagricole a Bologna.

Nel 2000 cura il riordino del patrimonio fotografico di Mario Giacomelli in occasione di una retrospettiva tenutasi a Roma al Palazzo delle Esposizioni. Da questa esperienza nasce il libro Mario Giacomelli. La mia vita intera, edito per Bruno Mondadori nel 2008 e che riceve importanti riconoscimenti.

Il festival Giornate di Fotografia curato con Lisa Calabrese, e altre attività come ideazione e organizzazione di workshop, mostre, saggi di fotografia e la gestione come curatrice unica dello Spazio Piktart per la fotografia, a Senigallia, non sono che alcune attività svolte da Simona Guerra che fanno di lei un’eclettica animatrice culturale dello scenario nazionale.

 

Parole, parole, parole…
A cosa serve la fotografia? A comunicare un’emozione? A documentare un evento? A essere testimonianza di un fatto? A comunicare per immagini quando le parole non bastano? Ma una fotografia può non essere accompagnata da parole?

La fotografia da sola a volte non basta. Occorrono parole che la contestualizzino. Ma si può anche incappare in un rischio quando una fotografia può essere decontestualizzata, riproposta in un contesto diverso da quello per cui è stata scattata per creare in buona o cattiva fede, una fake. Se accompagnata da parole che ne depistano il senso o il contenuto del momento in cui è stata scattata.

E può essere anche manipolata per “ristrutturare” un fatto. Come la rimozione dei dissidenti politici da una foto di gruppo. Lenin docet. O, ad esempio, proponendo una sola fotografia che mostri una spiaggia devastata da sacchetti di immondizia come lasciati lì per caso, oscurando le altre che comprovano invece che si tratta di un’operazione di ecologisti che stanno ripulendo quella spiaggia.

Le foto che le agenzie stampa inviavano via telefoto nelle redazioni dei giornali fino alla metà degli anni ’90, contenevano riferimenti didascalici. Parole. Le foto stampate ai sali d’argento che i fotoreporter consegnavano ai quotidiani, riportavano sul retro oltre che il proprio nome, anche la data e indicazioni del soggetto presente nella foto. Parole. Anche sui telaietti delle diapositive c’erano descrizioni didascaliche. Parole. E oggi, quando mandiamo immagini fotografiche a un editore, inseriamo nelle info file un minimo di informazioni descrittive o alleghiamo un documento in Word descrivendo il servizio fotografico che proponiamo. Parole.

Senza contare poi la quantità di parole spese nei testi dei curatori di mostre fotografiche. Affinché il senso di foto concettuali, artistiche e quant’altro possa raggiungere il pubblico.

Così, giusto per non lasciare una libera interpretazione che potrebbe essere inesatta.

 

“Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta: se la devi spiegare non è venuta bene.”

- Ansel Adams

 

Ma non può esistere una fotografia pura che non abbia bisogno di parole e senza nemmeno il nome dell’autore?

Se la fotografia riporta solo il nome dell’autore, se questo è noto, può rimandare a un’interpretazione che condiziona la visione della fotografia stessa? Un titolo quanto condiziona sull’interpretazione di un’immagine?

 

Perché scrivere se fotografo?

L’obiettivo del libro di Simona Guerra è quello di provare a capire se e come la fotografia “potrebbe essere potenziata nella sua capacità comunicativa ed espressiva grazie all’aiuto delle parole”.

Le fotografie sui giornali servono (almeno dovrebbero servire) ad attirare l’attenzione sul testo della notizia. La sequenza di lettura dovrebbe essere fotografia-titolo-sottotitolo-testo della notizia. Una sequenza che potrebbe essere anche titolo-sottotitolo- fotografia-testo della notizia. Comunque la fotografia ha la sua importanza attrattiva per condurre verso la lettura e l’approfondimento della notizia.

Ma, come dice Simona Guerra, non si tratta di una guerra tra fotografie e parole:

 

Può darsi infatti che in certi casi sia così, ma questo saggio non vuole insegnare a spiegare le proprie fotografie, né ha lo scopo di convincere ad usare testi a corredo delle immagini. Quello che si propone è di conoscere meglio l’espressione scritta al fine di arricchire il proprio lavoro sulla fotografia. Se serve, quando serve.

 

Fotografia e scrittura possono sostenersi. Insieme possono amplificare la comunicazione e una piena percezione vissuta dall’autore delle fotografie. Per trasmetterla all’osservatore.

Perché non tutti possono possedere tutti gli strumenti culturali e conoscenze per leggere qualsiasi fotografia. E non è il caso di trascurare una parte di pubblico restando su un piedistallo ma forse è meglio accompagnarlo nella comprensione. Almeno quando è indispensabile.

Dare il titolo a una foto, scrivere un testo di introduzione a un portfolio da presentare a un editore o a un gallerista, scrivere una sinossi esplicativa di un reportage fotografico per sollecitare un giornalista a farne un articolo per il giornale per cui collabora, o anche scrivere brevi ma efficaci didascalie non può che alzare l’attenzione sul materiale fotografico prodotto. Ma anche scrivere a monte per un progetto fotografico ciò che si intende fotografare, i soggetti, i concetti, aiuta a sviluppare il progetto stesso.

E magari può avvenire anche il contrario: dalle fotografie possono nascere poi storie.

 

 

“FOTOGRAFARE, LETTERALMENTE”

La scrittura al servizio della fotografia

Saggio. Progetto Piktart, 2021

Autrice: Simona Guerra

15x21 cm - 144 pagine - 14  foto - Testo: Italiano - Copertina morbida - Prezzo: € 21,00 –  www.pikta.it/piktart - dicembre 2021 - ISBN: 978-88-946728

07.02.2022 # 5900

Marco Maraviglia //

Alessandro Fruzzetti. La fotografia come impegno sociale

Padroni contro i valori delle donne. Un’indagine visiva sulle distorsioni dei rapporti uomo/donna

Chi è Alessandro Fruzzetti

Classe 1971. Nato a Pisa e vive in provincia di Livorno. Diploma di geometra. Titolare di uno studio tecnico. Appassionato di fotografia. 

Da bambino era attratto dalle arti visive in generale, ha sempre disegnato e dipinto. Da adolescente ha iniziato a fotografare per hobby. Verso i 40 anni inizia a utilizzare la fotografia come mezzo espressivo e indagatore: su se stesso e la sua famiglia, poi volgendo lo sguardo verso la società e soprattutto sui diritti civili.


Abbiamo un problema…

XXI secolo. 21° secolo. O, se preferite, ventunesimo secolo.

Anno 2022 d.C. Abbiamo sorpassato il primo ventennio del secondo millennio ma abbiamo qualche problema. Anzi, il peggio è che ci troviamo ancora a porci il problema dell’esistenza di un problema. Uno tra i tanti. Donne e uomini. Uomini e donne. Un periodo in cui la parità dei diritti sembra risolversi con lo schwa, con un simbolino che non sai nemmeno come scriverlo dalla tastiera del PC e quando lo trovi ne abusi: ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ. E nel frattempo, presi da un’esaltazione collettiva, sembrava che sarebbe stata eletta la prima Presidente della Repubblica donna. Come se fosse un avvento. Un miracolo. Quasi come fosse accaduto qualcosa di bizzarro. Qualcosa di anormale. Ma anormale sono i numeri annuali di femminicidio.

Anno 2022 e siamo ancora ben lontani da una normalità. Non siamo ancora PERSONE ma distinti dal genere.

Il livello culturale di un Paese sembra però non avere una relazione ben definita con l’apartheid. Il rispetto delle persone, a prescinde dal genere, non dipende dal grado di civiltà di una Nazione. Forse perché siamo fatti di ormoni, di chimiche che non hanno nulla a che fare con la ragione. Non si tratta di giustificare l’ingombrante e a volte violento peso maschile nella società, ma cercare di capire se e quando il cordone ombelicale con la cultura patriarcale, sessista, maschilista, sarà mai staccato. «Io uomo, tu donna», sembra che rimbombi ancora nelle nostre menti all’alba di tutte le transizioni declamate. Forse siamo ancora lontani, lontanissimi dalla fine dei sessi, quella del «Io Persona, tu Persona».


Quei 6X3 di chi te la dà: il (dis)valore delle donne

Alessandro Fruzzetti con Il (dis)valore delle donne sottolinea con dissenso un certo modo di fare comunicazione pubblicitaria che cavalca quanto sopra accennato. Manifesti che sembrano realizzati per rientrare nella strategia del “purché se ne parli”. 


Battute a doppio senso che ricordano la caserma o certi filmetti sexy all’italiana, sono una violenza diversa che tuttavia mortifica e inorridisce


Dal comunicato stampa:

“Fruzzetti ha raccolto questi manifesti pubblicitari e ha fotografato dodici donne affermate nel loro lavoro, che appallottolano e lacerano questi messaggi. Tra loro c’è anche la maestra della fotografia Giuliana Traverso, scomparsa un anno fa. Ne ottiene dodici immagini in cui è espresso il rifiuto in modo singolare: sulla stessa tavola pone, incollato, il manifesto stropicciato (e quindi negato) e la donna che si ribella al messaggio, appunto strappandolo, perché non sottomessa o assoggettata, come invece quel messaggio vorrebbe suggerire.”


Si tratta dell’ennesima operazione di sensibilizzazione sulla monetizzazione dell’individuo donna. Si potrebbe obiettare che, riguardo certi manifesti, si tratti di ironia, di simpatia giocosa verso la donna. Ma purtroppo non esistono strumenti che valutino a monte l’apprezzamento della goliardia da parte dell’universo femminile. Il buon senso su quali parametri si fonda? La sfera del rispetto è soggettiva? Ma se pur fosse che solo una ristretta minoranza di donne si ritenesse offesa, è civile non considerarla? Meglio mostrare, e senza headline, senza claim, solo donne belle per pubblicizzare l’intimo? E ciò non potrebbe essere un’altrettanta mancanza di rispetto nei confronti delle donne meno belle?

Abbiamo evidentemente ancora bisogno di riflettere.

Magari volgendo un occhio all’arte che sembra non sia mai stata attaccata sotto questi aspetti. Eh, sarebbe bello poter vedere un giorno i 6x3 pubblicitari che meritano, in un museo. 


Padroni, dieci assassini tra tanti

Nessun motivo giustifica un omicidio. L’essere umano ha la fortuna di essere dotato della mente: ragione e parola. Strumenti che dovrebbero servire a gestire qualsiasi tipo di relazione umana. Ma ragione e parola non funzionano sempre. Qualsiasi omicidio denota falle nel sistema-uomo decretandone il fallimento.


“Padroni”, è spietato. Violento, per certi aspetti. Tre colori: il bianco, il nero e il rosso, senza mediazione, senza indulgenza e senza accondiscendenza. Come nelle foto segnaletiche prese dentro il carcere o in questura. Se noi, gente comune, mettiamo la faccia in ogni nostra azione, perché non dovrebbero mettercela anche i Padroni, quelli che, vantando una supremazia sulle loro donne, considerate di loro proprietà, arrivano al delitto? Ecco i volti di alcuni di loro.


Dieci assassini colpevoli di femminicidi. Ritratti in bianconero sui quali Alessandro Fruzzetti ha operato incisioni, bruciature, tagli, ispirandosi alle armi del delitto utilizzate dai “padroni”. Coltello, fucile, corda, cutter… Una sagoma è lasciata in bianco, a significare che l’elenco dei “padroni” purtroppo non si arresta. Ci sono nomi e cognomi in queste immagini. Di vittime e carnefici.


Credo molto nella potenza della fotografia come mezzo espressivo e credo che possa essere molto utile come critica sociale. I miei lavori esprimono la mia presa di posizione e sono più eloquenti di ciò che potrei aggiungere con le parole.




La fotografia come impegno sociale

Di Alessandro Fruzzetti

MOVIMENTO APERTO 

Via Duomo 290/C – Piazza Filangieri

dal 4 febbraio al 25 febbraio 2022 

il lunedì e il martedì ore 17-19, il giovedì ore 10.30-12.30

e su appuntamento chiamando i numeri 3332229274 - 3356440700



02.02.2022 # 5894

Marco Maraviglia //

Ida Marinella Rigo e le contaminazioni sinestetiche

Al TeaCup di Milano in mostra le fotografie dell’artista fino al 22 febbraio

Chi è Ida Marinella Rigo

Nata a Savona e vive a Milano.

Diplomata al Liceo Scientifico, laureata in Fisioterapia e Master in coordinamento delle professioni sanitarie, Ida Marinella Rigo attualmente si occupa principalmente di infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Ha viaggiato molto perché consapevole che, entrare in contatto con culture diverse, non fa che allargare gli orizzonti percettivi e mentali.

Nel 2016, in seguito a un tormentato cambiamento di vita, inizia a esorcizzare una sua irrequietezza “curandosi” da autodidatta con la fotografia.

 

Tramite le immagini ho cercato di dare voce ai miei urli muti. La fotografia per me non è staticità ma movimento, mutevolezza, è l’indefinito all’interno del finito, è uno strumento malleabile volto a mostrare la “mia” verità.

 

Ha pubblicato per alcune copertine editoriali (libri e riviste) e ha esposto in diverse collettive e personali.

Pur essendo contattata da più riviste per interviste riguardo il suo lavoro e quindi consapevole della qualità della sua produzione, caratterialmente preferisce non affrontare il mondo dei galleristi per proporsi, date le sue complesse capacità relazionali.

 

Il “moto contrario” della fotografia di Ida Marinella Rigo

Tutto è in movimento. Nulla resta per sempre. Le vicissitudini della vita di Ida hanno contribuito a farle maturare una soglia di percezione sensibile in costante trasformazione. La consapevolezza di una personalità caleidoscopica che non si adatta ai flussi standard finalizzati alla ricerca di un consenso, ma si avventura in ciò che via via la sua realtà le mostra.

Tutto si mescola con una ricerca artistica che interagisce con la passione per la musica, pittura, scrittura, cinema e, quando un filone si esaurisce perché raggiunge il suo apice espressivo, Ida inizia a varcare altri spazi creativi. Senza seguire stili del momento, intraprendendo sperimentazioni più adeguate per esprimere i suoi “urli muti”.

 

Mostro la mia realtà fatta di cristallo dove sono visibili alcune mie sfaccettature, a volte luccicanti, a volte fredde, a volte kaleidoscopiche, a volte ironiche,  in schemi ossessivi e controllati che ne celano le fragilità.

 

Le contaminazioni

Ida Marinella Rigo è affascinata e influenzata da pittori e fotografi come Francis Bacon, Édouard Manet, Roberto Kusterle, Antoine d'Agata, Tim Walker, SaulLeiter. Consapevole che tutto è già stato fatto, cerca di reinventare il già visto filtrandolo attraverso il suo (in)conscio per attrazione o repulsione, intrecciando tecniche fotografiche e pittoriche, contaminando generi per affinità visive o anche concettuali.

Nascono quindi le sue contaminazioni come Reflexes, con la sovrapposizione del mondo patinato della pubblicità con il contesto urbano, frenetico o silente. Riflessi nelle vetrine dei negozi o nei vetri delle pensiline d’autobus, i poster di moda non sono più statici e inerti. Divengono «Un mondo all’interno di un altro mondo».  Quasi un infinity mirror effect dove la realtà si (con)fonde con la finzione.

Metamorphosis, altro progetto di Ida, nasce con la passione per la mitologia greca.

 

…per le implicazioni con la natura caratteriale dell’uomo raccontata attraverso simbologie ed intrecci con gli elementi naturali. A volte ti ritrovi a combattere i tuoi demoni, le tue paure, le tue ossessioni. Ho deciso di accettare ciò che sono, di dargli un nome e un volto nelle mie immagini. Così posso riconoscerli e riconoscermi.



Synaesthesia, comprende la produzione fotografica di Ida Marinella che accosta in dittici due immagini diverse che possono essere assonanti o meno, questo non conta, l’intenzione è quella di provocare un effetto sinestetico:


…due immagini con caratteristiche percettive proprie che accostate possono portare a sensazioni completamente diverse, a volte anche tattili o olfattive. Riportano a memorie e ricordi. A volte puoi ricordare il rumore del mare o il profumo di un campo fiorito. Credo però che Due fotogrammi o più, dialoghino nel momento in cui si completano senza prevaricazione: esistono l’uno in funzione dell’altro in un racconto; se uno scatto cattura l’attenzione più dell’altro vuol dire che ha carattere come immagine singola.

 

Lo spazio della mostra

La mostra è ospitata dal TeaCup di Milano, luogo per gli amanti del tè che accoglie mostre d’arte, presentazioni di libri, serate di cinema ed altro ancora.

Esporre in contesti del genere è sempre un po’ una sfida con se stessi perché in questi casi l’attenzione non è concentrata sulle opere esposte ma si confonde con altre attività svolte nel luogo stesso. Il pubblico non si sente costretto a fare formali complimenti all’artista come può accadere invece in una galleria d’arte. Lo spazio alternativo è come un filtro dove solo chi riesce a cogliere l’estro dell’artista rientra in quella fascia di attenti osservatori. Riconoscersi, intercettarsi, quasi per caso perché sono le immagini che fungono da sinapsi.

Le sinestesie di Ida Marinella Rigo intrecciano pensieri.

 

 

 

 

Synaesthesia 

Di Ida Marinella Rigo

TeaCup Tea & Art  via Caminadella, 18 Milano

Dal 22-01-2022 Al 22-02-2022

Orari 10-13. 15:19  lunedì chiuso

Contatti: TeacupMilano

Ida Marinella Rigo su Instagram: https://www.instagram.com/idamarinella/

24.01.2022 # 5880

Marco Maraviglia //

Sisma80, 23 novembre 19:34. Quel terremoto che è entrato nella storia italiana

A cura di Luciano Ferrara, un progetto iconografico che cerca un’ubicazione permanente per tramandare la memoria di un’esperienza collettiva

Quando i fotografi di Napoli partirono la notte

Il 23 novembre 1980 quel che è stato il più grande terremoto italiano a memoria dei viventi, provocò 2914 vittime accertate e oltre 280mila sfollati.

Alle 19.34 la terra tremò per novanta secondi in tutta la Campania danneggiando parecchi comuni dell’Irpinia alcuni della Basilicata e la scossa fu avvertita forte anche nelle regioni confinanti.

Un disastro di proporzioni immani i cui strascichi sono ancora evidenti in termini urbanistici e sociali.

Le linee telefoniche si erano interrotte ma grazie ai radioamatori si stabilirono ponti di comunicazione tra i comuni, i carabinieri e la Prefettura di Avellino per comprendere l’entità dei danni e organizzare i primi soccorsi.

Il giornalista Emilio Fede della RAI fu il primo a comunicare l’accaduto al tg1.

Quella stessa sera a Napoli ci furono vari fotografi che telefonarono a Umberto Sbrescia, noto commerciante di articoli fotografici tragicamente scomparso nel 2021. Gli chiesero esplicitamente di aprire il negozio per rifornirsi di pellicole perché intenzionati a partire nella stessa notte per raggiungere l’Irpinia.

Fu un tragico episodio che sviluppò una delle più grandi documentazioni fotografiche mai realizzate fino allora.

 

Per non dimenticare

La memoria della mente non possiede milioni di terabyte per ricordare tutto ciò che si legge, ascolta, vede. Non ricorda ogni dettaglio, ogni attimo della propria vita. Le fotografie aiutano a ricordare. Le fotografie sono custodi della memoria storica degli eventi che attraversiamo e ci mettono in contatto anche con ciò che non abbiamo vissuto di persona. Con eventi del passato, del presente e anche del futuro per quelle che saranno realizzate. Anche se fatti accaduti lontani da noi. Le parole descrivono, le fotografie raccontano mostrando. A volte non c’è bisogno nemmeno di una didascalia per una foto ma solo la data in cui è stata presa.

 

Gli archivi fotografici

Gli archivi fotografici sono un enorme patrimonio storico che è invece spesso bistrattato dai circuiti culturali, documentaristici, filologici, antropologici. Le ricostruzioni storiche sono fatte fruendo principalmente di biblioteche ed emeroteche pubbliche. Gli archivi fotografici risiedono per lo più presso luoghi privati dei fotografi o di loro eredi che li gestiscono, o ubicati in contesti inaccessibili.

Anche se esiste una piattaforma dei Beni Culturali che tende ad aggregare tutti i principali archivi fotografici nazionali, ci sono città che non hanno un archivio fotografico centralizzato e Napoli è una di queste.

 

Sisma80, 23 novembre 19:34

Luciano Ferrara, noto fotogiornalista freelance napoletano ideatore di Tribunali138 officina di varie attività fotografiche, avendo un senso civico sull’importanza degli archivi fotografici, in occasione del quarantennale del sisma del 23 novembre, intraprende l’iniziativa di allestire una mostra con immagini tratte dagli archivi di una gran parte di fotografi che seguirono l’evento.

La mostra, dopo un anno di progettazione, fu finalmente inaugurata negli spazi interni del Chiostro di San Domenico Maggiore a Napoli nel febbraio 2021.

Un lungo lavoro di ricerca iconografica. Negli anni alcuni fotografi che documentarono i disastri dell’Irpinia, ma anche di Napoli, erano ormai deceduti.

 

I fotografi ormai deceduti volevo a tutti i costi che fossero presenti in questa mostra, per onorare il loro lavoro dell’epoca oltre che omaggiarli come persone. Fotografi che hanno lavorato per mesi sul territorio.

 

Il contatto con i figli, gli eredi, spulciare gli archivi insieme a loro per ritrovare le fotografie più significative e che dessero una narrativa completa di quel periodo.

Con qualche difficoltà Luciano Ferrara riuscì a recuperare materiale di Antonio Troncone, Giacomo Di Laurenzio (detto Peppino), Guglielmo Esposito, Mario Siano (fotografi della Fotosud, agenzia fotografica interna a Il Mattino), di Franco Esse (detto Franchitiello), Gaetano e Franco Castanò della Press Photo, dell’Archivio Carbone e poi ancora di Luciano D’Alessandro, Mario Riccio oltre che di chi è ancora attivo come Mimmo Jodice, Sergio Del Vecchio, Pino Guerra, Guido Giannini, Giuseppe Avallone, Gianni Fiorito, Toty Ruggieri, Annalisa Piromallo, Massimo Cacciapuoti e lo stesso Luciano Ferrara.

 

Le immagini

Le fotografie di Sisma80 raccontano anche aspetti con toni surreali di quel dramma. Un’auto che trasporta una bara sul bagagliaio, gente inerte che fissa le case crollate con grande senso di impotenza, volti di disperazione che non hanno più lacrime, sezioni di partito allestite in tenda, accampamenti in autobus pubblici o nelle carrozze di un treno, un uomo in giacca e cravatta con scarpe lucidate e seduto su una sedia tra la folla, occhiali e sigarette fissate sulle gambe di un morto che sarà trasportato su quel che resta di una porta di legno.

Immagini che lasciano intuire anche quanto si fosse trovati impreparati di fronte a un evento di tale portata.

Ma scorre paradossalmente tanta vita nelle foto di Sisma80. Ragazzini che mordono la vita giocando con un pallone o una vecchia bici, nonostante il disagio per essere stati catapultati in un’altra dimensione facendoli crescere più in fretta.

Ed è tutto scritto, anzi fotografato. Testimonianze iconografiche che fanno e faranno sorgere anche in futuro non poche domande su quel che è stato fatto, come è stato fatto, cosa si sarebbe potuto fare per salvare qualche vita in più.

 

Il futuro di Sisma80

Mi capitò di visitare alcuni musei civici di Lisbona e in ognuno di essi c’erano ampie testimonianze del terremoto che la città subì nel 1755.

La cosa che però notai di Lisbona è che, evidentemente provati da quella drammatica ESPERIENZA, tutte le nuove opere urbanistiche pubbliche erano state realizzate antisismiche e comunque con una certa robustezza strutturale.

Questa è solo un’osservazione personale da geometra che non ha quasi nulla a che fare con questo articolo.

Ma la parola “esperienza” sì.

L’esperienza è memoria. E la memoria dovrebbe servire a cercare di non ripetere gli errori del passato.

Ma questa è un’altra storia.

Luciano Ferrara vorrebbe dare un futuro a Sisma80, come un padre che si preoccupa dell’avvenire della propria bambina. Vorrebbe che Sisma80 diventasse una testimonianza permanente ubicata in uno spazio fruibile a tutti. Perché rappresenta una parte dell’anima del territorio. Perché sintesi di un’esperienza collettiva che andrebbe condivisa anche con i posteri.

Il progetto consisterebbe anche nell’implementare il lavoro con tutto ciò che è venuto dopo il 23 novembre ’80: la ricostruzione. Cosa è cambiato negli ultimi 40 anni. Come si sono riadattate le famiglie sfollate. Quali riferimenti urbanistici sono rimasti: piazze, campanili, strade. L’impatto psicologico, sociale e culturale sui terremotati. E il materiale iconografico c’è. La strada da percorrere c’è.

 

 

Il libro

Sisma80 è anche libro, anzi, “il testimone” e Luciano Ferrara ha voluto che le oltre 100 fotografie, venissero stampate nel volume con gli stessi toni a basso contrasto della stampa dei quotidiani per rispettarne i grigi coi quali si era abituati a vederle.

All’interno vi sono contributi storico-sociali di giornalisti, urbanisti, storici tra cui Pietro Gargano, Francesco Romanetti, Isaia Sales.

È la traccia, di un drammatico evento, che resterà.

 

 

Sisma80. 23 novembre 19:34

A cura di Luciano Ferrara

Grafica di Gix Musella

Organizzazione di Sofia Ferraioli

Prodotto dall’associazione noos aps e tribunali138

Copertina flessibile

112 pagg.

F.to 23x1x28

Pubblicato il 22 dicembre 2020 da Iod edizioni

13.01.2022 # 5870

Paolo Falasconi //

Il Corso di Fotografia artistica alla ILAS con Antonio Biasiucci

per imparare a costruire un formidabile racconto attraverso le immagini di ogni realtà su cui si deciderà di puntare l’obiettivo.

Ricercarsi, catapultarsi in una nuova e straordinaria dimensione, valutare nuove possibilità, scoprire infiniti e differenti orizzonti, conoscersi […] 


Migliorare umanamente ed artisticamente, secondo un percorso strutturato su misura che rivelerà chi sei e qual è la tua visione del mondo. Nel corso di Fotografia Artistica 9 giovani fotografi professionisti diplomati all’Accademia Ilas intraprenderanno un percorso artistico di tipo introspettivo, sotto l’occhio e la guida esperta del maestro Antonio Biasiucci.

Il corso è pensato per offrire ai fotografi l’opportunità di sfruttare appieno le conoscenze tecniche già acquisite e metterle a frutto per sviluppare una ricerca personale e intima, affinare la conoscenza degli aspetti più artistici della professione e costruire il proprio percorso fotografico.

La fotografia di ricerca è vista e vissuta come un processo lento e continuo, come un’azione incessante, perpetua ed in continuo mutamento.“Ripetere un’azione su di uno stesso soggetto fa guardare le cose da diversi punti di vista, rendendola sempre differente fino al punto di perfezionarla.”- afferma Biasiucci.

Le fotografie forniscono spunti di riflessione, ma è sempre chi osserva a completarne il significato e a darle senso.“Cos’è importante in questo tempo?” cosa è importante per ogni individuo, quali sono i desideri e le ambizioni, perché scegliamo di focalizzarci su alcune mete piuttosto che altre.“Qual è la vita che scegli per te?” É su questo che bisogna lavorare.

Un tavolo, punto d’unione ed allo stesso tempo d’interscambio tra docente ed allievi, è l’elemento focale intorno al quale si concentra il momento più importante di ogni lezione, permettendo agli studenti attraverso le letture del maestro Biasiucci di raccontare e raccontarsi, “mettersi a nudo” e instaurare così legami con la parte più intima di se stessi.

In un lento percorso mirato all'acquisizione della consapevolezza di sé l’allievo acquisirà mano a mano gli strumenti necessari per imparare a costruire un formidabile racconto attraverso le immagini di ogni realtà su cui deciderà di puntare l’obiettivo.


Testi di Maria Nemoianni

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