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22.09.2024 # 6450
Il Wabi Sabi in Fotografia

Federica Cerami //

Il Wabi Sabi in Fotografia

Dai pensieri di Valerio Cappabianca

Nell’imperdibile libro di Valerio Cappabianca “Fotografia Mindfulness Zen” ho trovato una serie infinita di poetiche suggestioni, spunti di riflessione e nuovi punti di osservazione che mi hanno portato a desiderare di volerli divulgare agli innamorati della fotografia. 
Un capitolo, più di tutti ha catturato la mia attenzione, per comunità di intenti, vicinanza spirituale e la veicolazione di importanti spunti didattici ed è quello nel quale Valerio racconta il concetto di Wabi Sabi per poi legarlo alla fotografia e lasciare al lettore, come in tutti gli altri capitoli, degli esercizi per poter far comprendere appieno il senso del concetto attraverso una modalità esperienziale.
Chiarire il significato a noi occidentali non è semplice perché dalla sola traduzione letterale non emerge, con completezza, il suo profondo significato. 
Il Wabi Sabi, nato in Giappone, è assimilabile a una filosofia o a una esperienza da poter vivere.
Wabi indica la capacità di accettare l’imperfezione nostra e del nostro mondo, mentre Sabi indica la delicata bellezza del trascorrere del tempo.
Il Wabi Sabi è, quindi, una visione del mondo che ci aiuta a cogliere la bellezza nell‘imperfezione, ad apprezzare la semplicità e accettare la natura transitoria di ogni cosa e, in tal senso, ci insegna a esercitare il distacco dall’idea di perfezione assoluta, per riscoprire, con gioia, la bellezza di una creazione intuitiva e spontanea.
Vorrei provare a spiegare perché lo ritengo un concetto importante per noi occidentali, in generale e per chi vive, con qualsiasi ruolo, nel mondo della fotografia.
Vengo da una formazione Gestaltica che mi ha insegnato ad amare il tempo presente, anche detto il “qui e ora”, con l’idea che il passato e il futuro siano due tremende trappole che fanno scivolare via la vita senza riuscire ad assaporarla, troppo presi, come spesso siamo, a fare i confronti con il passato, nel quale il presente ne esce sempre sconfitto o a proiettarsi nel futuro con l’angoscia di non poter avere il controllo di quello che accadrà.
Occorre, ad un certo punto del proprio cammino evolutivo, abbracciare l’idea che noi, per vivere con pienezza, possiamo stare solo nel nostro presente, respirarlo e accoglierlo per come è, senza giudicarlo, senza confrontarlo con altre aspettative per poi guardarlo, concedersi lo stupore e magari fotografarlo.
Il punto è che la nostra società, sempre più competitiva, non ragiona in termini di singole persone ma prova, spesso, a inglobarci tutti all’interno di una massa indistinta che non vede le differenze e non esalta le singole individualità.
Con queste premesse, la crescita personale è destinata a diventare un mero copione da recitare a memoria e non un libero percorso da disegnare ogni giorno sui propri passi.
Il Wabi Sabi è quindi da leggere come una sorta di indicazione di com’è realmente il mondo, ovvero imperfetto e meravigliosamente mutevole, per farci pensare che noi, abitando questo mondo ne assumiamo, inesorabilmente, con più o meno consapevolezza, le stesse caratteristiche.
In una intervista on line ho sentito dire al compianto Giovanni Gastel: tutti noi vorremmo essere tutti alti e biondi, invece entrando dentro di noi scopriamo di avere ben altre caratteristiche.
Questa frase, nella sua delicata ironia, mi ha colpito perché mi ha fatto pensare che se passiamo tutta la vita a fantasticare su irraggiungibili aspettative ci perdiamo quello che siamo realmente e il nostro magico e unico momento presente.
Se impariamo ad accettare la nostra natura, poeticamente imperfetta e unica al tempo stesso, diventerà fluido il passaggio verso un’altra consapevolezza ovvero che le nostre fotografie sono la proiezione della nostra intima natura, così come abbiamo imparato a conoscerla e a volerla raccontare.
Più conosciamo noi stessi, più accogliamo noi stessi e più il racconto fotografico del mondo che abitiamo diventerà il racconto della nostra persona e sarà pieno di morbida autenticità e facile da accogliere per gli spettatori.
Soltanto pensando, quindi, che le fotografie che realizziamo possano essere la presentazione di noi stessi saremo in grado di guardare dentro di noi per poi proiettare questo sguardo fuori di noi cercando la nostra parte di mondo pronta ad accoglierci dentro le nostre o le altrui fotografie.

Vai alla notizia sul libro di Valerio Cappabianca, sul Magazine Ilas

21.10.2024 # 6478
Il Wabi Sabi in Fotografia

Marco Maraviglia //

Matteo Anatrella e l‘origine della vita

Freedom in mostra al Kestè, il desiderio di rinascita

Lasciare l‘utero ed entrare nel mondo è forse il trauma, seppur naturale, più violento che subiamo.

Forse perché, per un qualche meccanismo di memoria biologica, siamo consapevoli di iniziare il lungo percorso della vita che avrà una sua fine.

Passiamo da uno stato di benessere, di pace indotta dal liquido amniotico, da una casa in cui abbiamo vissuto per nove mesi sentendoci al sicuro, al caos della vita.

Da quel momento in poi riceviamo carezze e coccole per aiutarci ad affrontare il nuovo mondo. E poi, man mano che cresciamo, sviluppiamo linguaggio e sentimenti.

Durante la crescita abbiamo tappe da compiere, boe da raggiungere, traguardi da tagliare. Con problemi annessi da risolvere, sconfitte, oltre che successi, tormenti che si alternano a gioie… insomma: la vita.

E nella vita è nostro dovere e diritto rendercela leggera e piena di belle emozioni per perseguire la felicità.

Visto che non è per sempre.

 

Freedom è il titolo della mostra fotografica di Matteo Anatrella.

Sono immagini che evocano la ricerca di una libertà intima, da conquistare con forza, energia, senza risparmiare la potenza dell‘anima, attraversando la sofferenza, dove l‘elemento acqua è il fil rouge che collega i soggetti ritratti alla metafora della pace nell’utero materno. Per trovare la comfort zone d‘origine. Tornare all‘origine. Per sentirsi mentalmente in quella saccoccia liquida di bel riposo.

 

È l‘Acqua la base della vita da cui proveniamo.

Il suo benessere lo consideriamo bevendo, quando piove sui campi agricoli che daranno i frutti che ci nutrono, quando ci immergiamo in mare e svaniscono, come in una fantastica magia, ansie, stress e cattivi pensieri.

 

«Acqua/Archè... dove non c‘è acqua non c‘è vita» è da questo assunto di Talete di Mileto che prende forma il lavoro di Matteo Anatrella, affascinato dal principio dello stesso filosofo greco secondo cui tutto ha origine dall‘acqua. Perché infatti, senza acqua, nessuna forma di vita è possibile. Almeno per quella che noi terrestri intendiamo con la parola vita.

C‘è del pathos in queste fotografie. Tensioni corporee dei soggetti che, per restare in tema dell‘antica Grecia, richiamano l‘estetica della scultura classica rivista in forma contemporanea e con un telo che avvolge i corpi nudi che potrebbe evocare l‘amnio dal quale si distacca il neonato.

Potrebbero sembrare doppie esposizioni montate poi in postproduzione, ma in realtà sono realizzate in scatti unici con due flash i cui tempi non sono sincronizzati tra loro. Giusto per il tempo di cambio posa dei soggetti. Che risultano sdoppiati in immagini dinamiche di mosso creativo, caratteristica dei lavori di Anatrella, quasi a voler significare la ricerca della libertà tra la nascita e la vita.

 

Sono oltre trenta fotografie esposte, in formato 30x40 cm, selezionate da oltre cento scatti.

In bianconero.

 

 

Matteo Anatrella (Napoli, 1975)

Nel 2009 le immagini realizzate da Matteo Anatrella accompagnano la rappresentazione teatrale “Anima Mundi” di Fulvia Innocenti. Nel 2011 lo studio di progettazione Raro Design gli commissiona una serie di tavole nelle quali, il fotografo, affronta “la simbiosi organica del design col corporeo”, nasce così la raccolta “Interazioni Corporee”. Del 2012 è il progetto “Come back home” ispirato al libro di Baricco “Mr Gwyn”, nel quale affronta la ricerca dell‘Io. Nel 2015 arriva la prima personale al PAN di Napoli, poi a Teatro Aperto Fonderia (VR), con “Soul and Matrix Involucri dell‘Anima” un progetto fotografico con live performance, che ancora una volta ruota attorno al concetto di anima e materia. Nel 2018 “Cactus” (Gechi edizioni) in collaborazione con la poetessa Melania Panico, un intervento per “L‘Arte su tutto” (E. Giampaolo - RP libri); 2020 copertina “Peso Specifico dell‘attimo” (P. Pisano - Oèdipus). Nel 2021 ha esposto il progetto editoriale “INVISIBILE” presso ARTgarage, divenuto nello stesso anno un libro della serie “Argento lunare” di Oèdipus col titolo “Cactus due”.

Negli anni numerose le collaborazioni con aziende e magazine nazionali ed internazionali.




 

 Leaving the Womb and Entering the World: The Trauma of Birth


Leaving the womb and entering the world is perhaps the most violent, albeit natural, trauma we endure.


This might be due to some form of biological memory, making us aware that we are beginning life’s long journey, which will eventually come to an end.


We transition from a state of well-being, a peace induced by the amniotic fluid, from a home we’ve inhabited for nine months, where we felt safe, into the chaos of life.


From that moment on, we receive caresses and care to help us face this new world. As we grow, we develop language and emotions.


During our growth, we reach milestones, achieve goals, and overcome challenges—both failures and successes, torment alternating with joy. In essence, this is life.


And in life, it is our right and duty to make it lighter and filled with beautiful emotions in our pursuit of happiness.


Because it’s not forever.


Freedom: Matteo Anatrella’s Photography Exhibition


Freedom is the title of the photography exhibition by Matteo Anatrella.


These images evoke the search for intimate freedom, to be conquered with strength and energy, not sparing the soul’s power as one crosses through suffering. The element of water serves as the common thread, linking the subjects portrayed to the metaphor of the peace found in the mother’s womb. It aims to rediscover the comfort zone of origin, to return to the beginning, to feel mentally in that liquid pouch of restful peace.


Water is the foundation of life, from which we come. We recognize its benefits when drinking it, when it rains on agricultural fields that will bear the fruits that nourish us, and when we immerse ourselves in the sea, where stress and worries disappear like magic.


Water as the Arche of Life


Water/Archè… where there is no water, there is no life.” This statement by Thales of Miletus forms the basis of Matteo Anatrella’s work, inspired by the Greek philosopher’s principle that everything originates from water. Without water, no form of life is possible—at least, not the kind we humans refer to as life.


There’s pathos in these photographs. The bodily tensions of the subjects, evoking classical sculpture from ancient Greece, are revisited in a contemporary form. A cloth envelops the nude bodies, reminiscent of the amnion from which a newborn detaches.


At first glance, the images might seem like double exposures layered in post-production, but in reality, they are unique shots created using two flash units with unsynchronized timing, allowing just enough time for the subjects to change poses. This results in dynamic, creatively blurred images, a signature of Anatrella’s work, symbolizing the search for freedom between birth and life.


Over thirty black-and-white photographs are on display, sized 30x40 cm, selected from more than a hundred shots.


Matteo Anatrella (Naples, 1975)


In 2009, Matteo Anatrella’s images accompanied the theatrical performance “Anima Mundi” by Fulvia Innocenti. In 2011, the design studio Raro Design commissioned a series of panels, in which the photographer explored the “organic symbiosis of design with the body,” resulting in the collection titled “Interazioni Corporee”. In 2012, the project “Come back home”, inspired by Baricco’s book “Mr Gwyn”, addressed the search for self. His first solo exhibition took place in 2015 at PAN in Naples, and later at Teatro Aperto Fonderia (Verona) with “Soul and Matrix Involucri dell’Anima”, a photographic project with live performance, again revolving around the concept of soul and matter. In 2018, he collaborated with poet Melania Panico on the project “Cactus” (Gechi editions), which later became part of the publication “L’Arte su tutto” (E. Giampaolo - RP libri). In 2020, his photography graced the cover of “Peso Specifico dell’attimo” (P. Pisano - Oèdipus). In 2021, his editorial project “INVISIBILE” was exhibited at ARTgarage, and later published as part of Oèdipus’ “Argento lunare” series with the title “Cactus due”.



 

Freedom

di Matteo Anatrella (Produzione di ANeMA project)

coordinamento del progetto di Annarita Mattei

Kestè (art director Fabrizio Caliendo)

Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, 26/27 - Napoli

Inaugurazione: 22 ottobre ore 19.00

Fino al 10 novembre 2024

15.10.2024 # 6470
Il Wabi Sabi in Fotografia

Marco Maraviglia //

Il surrealismo all‘ombra di Carlo Ferrara

Nessuno è Peter Pan, un libro con fotografie realizzate a Km zero

Osserviamo la nostra lunga ombra sulla sabbia di una spiaggia al tramonto. Magari compiacendoci perché sembriamo più alti e slanciati. Con quell‘eleganza minimal che non mostra lo sguardo degli occhi.

Quando la sera camminiamo sul marciapiede, ci sentiamo seguiti, osservati e raggiunti dalla nostra siluette, con la successione ritmica delle luci dei lampioni. Che sdoppiano o triplicano la nostra ombra.

E a volte l‘osserviamo narcisisticamente divenendo estemporanei feticisti della proiezione del nostro “riflesso scuro”.

 

Nella maggior parte dei casi non badiamo più di tanto alle ombre ma soffermiamo lo sguardo sulle cose, sulla loro fisicità. Come se l‘ombra fosse qualcosa di troppo ma che invece, senza di essa, non avremmo la tridimensionalità della realtà. Nelle giornate con cielo grigio perdiamo un po‘ i riferimenti orari.

Ogni lampione, ogni palazzo, ogni scultura in mezzo a una piazza è come se fosse lo gnomone di una meridiana. Tutto resta fermo, ma l‘ombra si sposta, si accorcia e si allunga, si inarca se passa su una superficie tonda. Ed è sempre legata a una estremità di riferimento. Fissa. Immobile, se non è un essere vivente.

 

Nessuno è Peter Pan perché nessuno ha l‘ombra che va per i fatti suoi. Nessuno ha bisogno di cercarla per sentirsi presente, vivo. Nessuno attribuisce la coscienza alla propria ombra.

 

Le ombre sono una chiave per mettere in comunicazione due mondi. Perchè, nel mio credere, tutti abbiamo personalità multiple, a seconda delle situazioni, e le ombre mi consentono di esplorarle. La bivalenza e l‘equilibrio.

 

Carlo Ferrara ci gioca con le ombre.

Con un modo di fotografare dove l‘ombra diventa protagonista. Ironizzata, sbeffeggiata ma al centro dell‘attenzione. Un gioco surrealista in cui “l‘omino col cappello”, sempre vestito allo stesso modo, dà la sensazione della fisicità delle ombre. Palpabili, concrete, vive, quasi con un loro volume invisibile.

Nessuno è Peter Pan è un lavoro “ecologico” perché realizzato a Km zero: tutte le immagini sono state scattate nei dintorni della sua abitazione.

 

Attraverso l‘osservazione del mondo reale, sviluppo immagini surreali, che diventano metafora di opinioni e ragionamenti. Il personaggio che interpreto in ogni fotografia è la rappresentazione del genere umano. L‘autoritratto non è estetica, ma è il confronto delle emozioni personali con le emozioni delle masse. Uno strumento di esplorazione interiore ed uno specchio per l‘osservatore. Tutta la produzione è unita dall‘ossessiva ricerca di stabilità personale, rispetto a temi che non possono avere una risposta inequivocabile.

 

Ma la ricerca surrealista di Carlo Ferrara non si ferma alle ombre.

Il suo lavoro viene realizzato in scenari che spaziano tra architetture, paesaggi urbani, luoghi abbandonati, campagne. Con componenti Dada, ironiche, grottesche, paradossali, con una gradevole punta di nonsense che sfociano in un Situazionismo individuale dove la sua figura è sempre presente con autoritratti e a volte coinvolgendo anche la famiglia. Salta, si incurva, si sdoppia, si inclina a prova di gravità, dialoga e scherza con ciò che c‘è nella scena. Sì, usa il fotomontaggio digitale e le multiesposizioni, con immagini non raffazzonate ma che conservano sempre una pulizia grafica con equilibrio estetico compositivo e con i toni bianconeri che raccolgono tutta la gamma dei grigi.

 

È, quella di Carlo Ferrara, una fotografia per certi versi ludica, simpaticamente narcisista; ma è solo un pretesto per far sorridere della vita, attraverso punti di vista che servono innanzitutto all‘autore per la sua ricerca di stabilità emotiva. E per l‘osservatore che, sorridendo, può trovare analogie emozionali con il proprio essere.

 


Biografia.

Carlo Ferrara nasce a Novi Ligure nel 1975. Lavora attualmente presso una multinazionale alimentare sita in Piemonte. Inizia l‘interesse per la fotografia nel 2006 e ne approfondisce la conoscenza attraverso la frequentazione di seminari, corsi e sperimentazioni. La passione lo spinge alla riscoperta della fotografia analogica e della camera oscura pur non tralasciando il digitale, col quale produce la maggior parte delle sue opere.

 

 

NESSUNO È PETER PAN

Dialogo con le ombre

Prefazioni di Giorgio Rossi e Giusy Tigano

Formato: 21x21 cm

60 pagg.

51 fotografie (37 fotografie, 18 dittici in doppia pagina e copertina)

Self publishing tramite GT Photoart Milano

Tiratura: 150 copie

Contatto: nepp.ferrara@libero.it


11.10.2024 # 6460
Il Wabi Sabi in Fotografia

Marco Maraviglia //

Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Sirene tra i fari è la mostra sui femminielli al Palazzo Carafa di Napoli

Fino al 25 ottobre è visitabile la mostra di Luciano Ferrara al Palazzo Diomede Carafa.

Non troverete foto in maxi formato appese ai muri col chiodo ma un allestimento ragionato che rispetta le caratteristiche delle fotografie stesse. E rispettando l‘umanità dei soggetti ritratti, senza spettacolarizzarli.

Troverete un allestimento che a colpo d‘occhio potrebbe sembrare spartano ma che invece ha i suoi perché.

Quelle della Collezione Rita e Riccardo Marone poggiate su teche aperte come se i collezionisti stessi volessero mostrarle ai propri ospiti di casa e che raccontano tutta la bellezza e la complessità di Stefania, Patrizia, Valeria, Carlotta, Valentina, Luna, Tonino e molti altri, fotografati per le strade di Napoli, dalla Sanità ai Quartieri Spagnoli a Chiaia.

Quelle di Valentina Graniero, Miss Trans di due edizioni a Torre del Lago, su cavalletti come a indicare una bellezza pittorica.

Altre sparpagliate su un tavolo che possono ricordare i momenti in cui Ferrara entrava nelle redazioni dei giornali per mostrarle, non per una lettura portfolio, ma per pubblicarle.

E altre ancora su dei leggii. Quelle del progetto Resbis. Il dualismo dei femminielli per la prima volta in mostra a Napoli.

Come metafora di libri da leggere. Immagini da leggere.

 

Resbis. Selezione di fotografie sottoposte ad un particolare intervento di cesura e ricomposizione, che richiama fisicamente e concettualmente gli interventi di chirurgia estetica a cui i femminielli, ancora prima delle star del cinema e della televisione, si sottoponevano.

- Barbara Martusciello.

 

E poi un video proiettato in loop: Femminielli in Neapel realizzato dal regista Martin Hanni, con la collaborazione di Luciano Ferrara, per il programma Rai Südtirol Minet – la trasmissione sulle minoranze nel mondo.

 

Tutte fotografie non digitalizzate, non scannerizzate, stampe originali da pellicola, ai sali d‘argento su carta baritata. Conservate in maniera eccellente, senza ingiallimenti, senza macchie. Perché furono tutte lavorate con cura, sciacquate con “tonnellate” d‘acqua, acido acetico e bagno di fissaggio in camera oscura per rimuovere qualsiasi residuo di idrochinone o altro reagente che le avrebbero ingiallite nel tempo.

 

E per vedere certa fotografia bisogna spegnere computer e telefonino.

Perché sulla rete, sui social, non potremmo mai vedere in versione integrale certe immagini che l‘algoritmo individua, bacchetta, censura, rimuove, negando una parte di cultura visuale come se anche l‘Origine du monde di Courbet fosse chissà quale bestiale icona del male e della perdizione mentre si tratta invece della nostra cultura occidentale, dai tempi della Magna Grecia e degli antichi romani, che dovremmo approfondire e trasmettere alle nuove generazioni per preservarla dall‘oblio dettato dall‘algoritmo.

 

Chiacchierare con Luciano Ferrara è come aprire incautamente la scatola di un puzzle dove tutti i pezzi saltano per aria, cadono a terra, altri si poggiano addosso, altri ancora, stranamente, restano sospesi come in una scena al rallenty di un film in cui vedi le pallottole dove e come vanno a colpire.

E, per capire lo sviluppo di un progetto come questo di Sirene tra i fari, devi raccogliere quei pezzi per ricomporre ricordi in salti temporali dell‘arco di anni che vanno dal 1979 al 2000.

E perdonatemi se questo articolo sembra un po‘ dissociato: toccherà a voi mettere insieme i pezzi. Che probabilmente non vanno nemmeno messi necessariamente insieme perché le storie, a volte, non hanno bisogno di una cronologia, ma possono essere un mix, un cocktail di notizie, episodi, aneddoti che si incastonano tra loro rendendo poi il tutto cristallino.

 

1979.

Luciano Ferrara ha lo studio in via Chiatamone al civico 6.

All‘epoca non c‘era la movida napoletana di oggi. Per il popolo della notte solo qualche bar per Napoli che restava aperto fino a tardi e qualche forno che sfornava cornetti. O, al limite, ti buttavi dentro al City Hall Cafè o ti facevi una pizza alle due della notte a piazza Sannazzaro.

Piazza Vittoria. Il Roof Garden. La sera era frequentato da ragazzi; i neopatentati, per dirla alla boomer. Incuriositi dalla presenza dei trans che erano tra gli avventori del bar.

A quattro passi dallo studio di Ferrara. E ci andava anche lui per un caffè. Uno scatto al volo con la Leica a due ragazzi che si baciavano lì fuori, fu l‘inizio della sua ricerca su questo strato sociale partenopeo che il perbenismo tendeva a mettere sotto al tappeto.

Inevitabile per lui entrare in contatto col popolo trans di piazza Vittoria.

Le prime fotografie gliele pubblicò Michele Santoro quando era direttore di La Voce della Campania, testata leader di servizi d‘inchiesta.

Tony Di Pace, direttore di NapoliCity stampava personalmente le foto nella darkroom di Luciano.

Vide le prime foto di quei trans e gliene pubblicò un paio sulla sua testata che andava per la maggiore in quel periodo.

 

Io ricordo le foto che scattò in via Verdi. Altra zona che brulicava di trans di gran classe che sembravano uscire da riviste patinate di alta moda. E non si riusciva a immaginare che venivano dai bassi dei Quartieri Spagnoli.

Non era facile far loro delle foto. Non solo perché non era da tutti entrare in confidenza coi soggetti ma anche perché un obiettivo luminoso, aumentare la sensibilità della pellicola dallo scatto allo sviluppo fino alla stampa era per chi la fotografia la mangiava ogni giorno e ci mangiava.

Sempre pellicola bianconero. Tri-X Pan 400 ASA tirata a 800 ASA.

 

Per oltre 20 anni, tra un corteo di disoccupati, un reportage sulla guerra in Libano (‘83), una ricerca sulla Legge 180, la caduta del Muro di Berlino, le immagini iconiche sulle Vele di Scampia, Guerra nel Golfo, in Albania ed altro ancora, Luciano non perde di vista i fenomeni socio-culturali di Napoli tenendo d‘occhio le minoranze come i femminielli.

Un tema diventato a lui caro grazie anche alle letture di Nel segno di Virgilio di Roberto De Simone che lo affascina in particolar modo; Porporino di Dominique Fernandez; Scende giù per Toledo di Patroni Griffi. Uno studio personale fondato anche sulle storie di Annibale Ruccello ed Enzo Moscato.

 

Non è una carne a parte ma è carne nostra. Ci appartiene. Fa parte del cuore pulsante di Napoli.

I femminielli pensano due volte. Ragionano su due binari differenti e contemporaneamente, andando oltre il pensiero standard.

Motivo per cui le persone si consigliavano da loro per cose della vita o anche per affari di cuore.

 

Il rapporto di Luciano Ferrara con femminielli, trans, pornostar (fu accreditato per fotografare nel backstage di Erotica Tour) e con tutte le minoranze che ha seguito, è sempre stato basato sull‘empatia, ma anche sull‘amicizia.

A lui interessa entrare con lentezza nelle loro vite. Raccogliere confidenze spontanee come chi raccontava di evitare l‘intervento a Casablanca perché i clienti uomini preferiscono la loro doppia entità.

Femminielli e trans li andava a trovare nei bassi, mangiavano insieme, chiacchieravano quando si incrociavano per strada. Spesso senza scattare una sola foto con la Leica o con la Nikon F.

Le sue immagini non trasmettono mai volgarità ma un glamour a cavallo tra il fotogiornalismo e un erotismo sofisticato, sereno, confidente, che potrebbe ricordare certi lavori di fotografi di moda degli anni ‘80-‘90. Fotografie in camera da letto, per strada alla luce dei lampioni, ritratti idilliaci con obiettivi 24, 35 o 50 mm.

Immagini pubblicate in tutto il mondo e dai principali magazine nazionali come Sette, Venerdì di Repubblica e su Playboy.

 

Le sirene di Napoli sono sempre state protette dalle loro famiglie d‘origine anche se qualcuna ha preferito andare a vivere per conto proprio. Sui Quartieri Spagnoli la domenica mattina, negli anni ‘50-‘60, era sempre festa con loro tra allucchi (urla), finti appiccichi (litigi), tombolate e inciuci avanti ai vasci (bassi).

Oggi i Quartieri hanno una vocazione turistica che ne ha un po‘ snaturato l‘essenza originaria, ma abbiamo questo piccolo grande patrimonio testimoniale di Luciano Ferrara che ne ha immortalato la “carne” dal 1979 al 2000.

Quella del resbis, l‘unione biologica, quasi alchemica, di due entità diverse.

Sirene tra i fari, non vi dovete legare ad essi. Spegnete i display. “È carne nostra”.


 

Nota a margine:

La Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, ritendendo rilevante l‘Archivio privato Ferrara per la qualità, per consistenza e per stato di conservazione del materiale, ha recentemente avviato il procedimento di dichiarazione di particolare interesse culturale, come previsto dall‘art. 14 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs n.42/2004).

 

 

Sirene tra i fari.

Opere di Luciano Ferrara

Palazzo Diomede Carafa

presso la sede della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania

via San Biagio dei Librai, 121

dal 27 settembre al 25 ottobre 2024

dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.00.

Apertura straordinaria sabato 29 settembre, dalle 9.00 alle 13.00 in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2024.
Ingresso libero.

23.09.2024 # 6449
Il Wabi Sabi in Fotografia

Federica Cerami //

Broken Mirror

Il mondo Coreano attraverso lo sguardo contemporaneo di Filippo Venturi

Quest’anno, al Festival FotoIncontri di San Felice sul Panaro, organizzato dal Circolo Photoclub Eyes, ho avuto il gran piacere di vedere la mostra Broken Mirror del fotoreporter Filippo Venturi.
Mi sono immersa in questo racconto fotografico, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio: nulla mi ha richiesto di ritornare, fino a quando non è iniziata la conferenza di presentazione.
Perdersi credo sia una esperienza evolutiva molto importante sia per un fruitore di fotografia che per un fotografo.
Mimmo Jodice, nella sua lectio magistralis del 2006, tenuta presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, disse: “C’è una frase di Fernando Pessoa che ripeto spesso perché mi rappresenta: “Ma che cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare? Ecco la mia inclinazione naturale: perdermi a guardare, contemplare, immaginare, cercare visioni oltre la realtà…”
 
Venturi racconta con queste parole il suo lavoro: 
“Broken Mirror è un lavoro artistico che utilizza il linguaggio documentaristico, in cui ho fuso la mia percezione della Corea del Nord con quella di un‘intelligenza artificiale. Ho utilizzato il software Midjourney, a cui ho spiegato nel dettaglio il risultato che volevo ottenere, ripetendo l‘operazione per centinaia di volte per ogni immagine, finché non ho ottenuto un risultato simile a quello che avevo immaginato.
Ho inserito nelle scene di vita quotidiana dei nordcoreani un elemento estraneo, sotto forma di insetti che assumono dimensioni sempre più grandi e invadenti, al punto che sembrano avere il controllo sulle persone. Infine, i nordcoreani stessi si trasformano in insetti, completando così il dominio subìto”.
Con Broken Mirror entriamo nel vivo del dibattito contemporaneo, relativo all’utilizzo dell’IA, andando oltre la logica manichea che nel corso della storia dell’arte ha spesso opposto una inutile resistenza verso ogni novità creativa che si è affacciata al mondo e proviamo, invece, ad abbracciare una idea ampia di narrazione.
La narrazione, da non confondere con il racconto, porta con sé una forte componente emotiva e risulta essere, in tal senso, molto più coinvolgente e interessante.
Narrare ci aiuta a dare un senso agli eventi che altrimenti risulterebbero essere un mero elenco di vuoti accadimenti posti in ordine cronologico e ci conduce anche verso la comprensione di noi stessi e della nostra relazione con il mondo. 



Questo è un dibattito molto lungo e assai articolato, ma sostanzialmente credo che, con le mie premesse, limitare le possibilità di costruire e presentare una storia non faccia del bene né agli autori e né tantomeno ai suoi fruitori.
Perdersi, perdersi a guardare, fantasticare guardando il mondo, ricostruendolo con il proprio portato emotivo e immaginativo: lo abbiamo fatto con i dipinti, poi con la fotografia analogica, con la fotografia digitale e ora lo stiamo iniziando a fare con l’Intelligenza Artificiale.
Più osservo questi nuovi lavori fotografici e più mi viene da pensare alle incredibili potenzialità che si sono aperte e alla meraviglia alla quale possiamo andare incontro per immergerci nei nostri desiderata e portare, con noi, tutto il nostro spazio abitato.
Perché mi ha colpito e ammaliato così tanto il lavoro di Venturi? 
La sua vena espressiva nasce da una urgenza narrativa che fa di lui, da tanti anni, un affermato fotografo documentarista e un artista visivo che ha pubblicato i suoi reportage su prestigiose riviste nazionali e internazionali.
Indaga fotograficamente, dal 2015, il territorio della Corea esplorandone i fenomeni sociali e i risultati raggiunti attraverso lo sviluppo e la crescita economica, ma anche i conseguenti effetti collaterali sulla popolazione.
Quando è arrivato al desiderio di utilizzare l’AI per continuare a parlare della Corea, l’ha fatto, quindi, conoscendo molto bene tutte le dinamiche che abitano questo territorio, avendo ampiamente sperimentato lo strumento fotografico, con un profondo senso etico del suo lavoro per poi proiettarsi nel mondo della fantascienza, nella fotografia e nella letteratura del passato e con la precisa volontà, di non avere il controllo completo del suo processo creativo.
Ritorna, quindi, la meravigliosa possibilità di perdersi, ma anche di lasciarsi andare, di pescare dal proprio vissuto, di proiettarsi nelle proprie fantasie, di esprimere in modo poetico dei non detti e di abbandonare questa strana volontà di raccontare il vero che, del resto, non è mai appartenuta alla fotografia.

12.09.2024 # 6448
Il Wabi Sabi in Fotografia

Marco Maraviglia //

La Luce Scritta a Montecchio

Rassegna fotografica con 12 autori nell‘affascinante castello estense

Questa non è la recensione di una collettiva fotografica perché sarebbe troppo lungo parlare dei lavori di dodici autori.

Qui c‘è solo qualche appunto che riguarda la nascita, lo sviluppo e l‘organizzazione di una rassegna fotografica giunta ormai alla sua III edizione ideata e seguita da Enzo Crispino. Un fotografo che riserva una certa attenzione al panorama della fotografia cercando di promuovere realtà che vanno oltre il proprio orticello.


Enzo Crispino crea la rassegna La luce scritta con la quale cerca di far emergere esordienti o dare più luce a fotografi già affermati che hanno percorsi autoriali che meritano visibilità.

Per circa otto mesi e per un paio d‘ore al giorno, Crispino scorre i social, principalmente Instagram, individua immagini che lo colpiscono in base alla sua cultura visuale, scopre i fotografi che ritiene più interessanti e coerenti secondo un loro filo progettuale e inizia a contattarli. 


I social ormai sono utilizzati anche da aziende che devono assumere. Valutano la web reputation, deducono lati caratteriali, quanti follower hai e, se il caso, contattano il potenziale candidato.


Ho deciso di creare questa rassegna di arte fotografica per offrire l‘opportunità all‘autore di vedere le proprie fotografie in mostra, stampate in Fine Art presso un laboratorio con certificazione internazionale Canson e con la certificazione dei requisiti di conservazione museale. Per ottenere questo mi sono rivolto alla fotografa professionista Antonella Pizzamiglio, stampatore ufficiale internazionale Canson, titolare del laboratorio di stampa Fine Art, ArteStudio di Casalmaggiore, in provincia di Cremona. Con lei, insieme alla sua socia, Barbara Sereni, che ha ideato la denominazione della rassegna, abbiamo costituito e fondato “Montecchio Fotografia-La luce scritta”. 

- Enzo Crispino


Enzo Crispino, in veste di talent scout della fotografia, non bada a quanti follower ha un autore, perché potrebbero essere fasulli, acquistati a pacchetto, ma punta sul suo intuito basato sulla personale esperienza visiva.

I fotografi selezionati per la rassegna, pur essendoci alcuni professionisti, si ritrovano in questa occasione l‘opportunità di poter esporre per la prima volta un progetto fotografico basato su otto immagini tratte da quindici/venti fotografie. L‘editing per comporre la sintesi del lavoro da esporre è a cura dello stesso Crispino. Sul quale ci si può trovare d‘accordo o discuterne ma i problemi che possono sorgere sono altri. Come ad esempio l‘autore che vuole ritirarsi perché non più convinto di partecipare e i tempi per la sostituzione con un altro fotografo portano un po‘ di stress, dati i tempi ristretti per mettere il tutto in piedi. Eppure il regolamento con tutte le condizioni è preventivamente mostrato prima di essere sottoscritto.


Una delle cose sulle quali porre l‘accento è che un Comune di poco più di diecimila abitanti, quale è Montecchio Emilia (RE), è molto sensibile alle attività culturali e sostiene economicamente da tre anni la rassegna. Oltre che a mettere a disposizione il suggestivo castello estense. E il partenariato con la CANSON Infinity, con la collaborazione di Antonella Pizzamiglio, stampatore ufficiale internazionale dell‘azienda, è un altro dei quid della rassegna.


Per una buona sinergia tra pubblico e privato, bisogna dire che Enzo Crispino non è solo un fotografo pluripremiato e ammesso come Socio di Merito all‘Accademia Internazionale d‘Arte Moderna di Roma, ma possiede costanza e velocità d‘azione, lucidità organizzativa fatta di accordi sottoscritti con le parti per non lasciare nulla al caso. E caratterialmente possiede un‘estrema pazienza e gentilezza senza le quali questo articolo non l‘avrei potuto scrivere.

Lunga vita a La luce scritta!



LE MOSTRE:

La collettiva consta di ottantotto fotografie (otto foto per ogni autore). Tutte stampate su carta Canson Baryta Prestige 340gsm in formato 40x40 cm con la stampa sul lato lungo uguale per tutti, di 34 cm, con passpartout e cornice nera. «Una scelta dettata in quanto nel formato quadrato, si ha più possibilità di inserire i diversi i formati delle fotografie degli autori», racconta Enzo Crispino.


La personale di Montali consta di 29 fotografie così composte: per il progetto dal titolo “Il senso del tempo” sono cinque stampe nella misura 80x80 cm e due in formato 90x90 cm. Poi ci sono sei stampe fatte con l‘antica tecnica della gomma bicromata, in formato 40 cm di base e 60 cm di altezza. Per la mostra “Appunti italiani”, sempre dello stesso Montali, sono esposte sedici stampe in formato 50x60 cm.




AUTORI E TITOLI DEI PROGETTI:


Bernabini Andrea: Gli occhi delle bambine e dei bambini

Di Bella Vecchi Camilla: Autoritratti 

Di Biagio Andrea: Salvare il Mekong

Gentile Gabriele: Denari

Gili Stefano: Family love

Kupčáková Jana: Street Praha

Mazzola Olivia: Ikebana

Mazurel Thierry: No border

Müller Marcella: Stoccarda in cifre

Rebaioli Nicola: Tracce

Vitali Lorenzo: La memoria del corpo femminile


Con personale di Gigi Montali: Il senso del tempo / Appunti italiani



INCONTRI:


Domenica 15 settembre: 

Conferenza di presentazione della mostra di Gigi Montali. 

Incontro con il fotografo Gigi Montali e il Critico d‘arte Prof. Sandro Parmiggiani.


Domenica 22 settembre: 

Conferenza dal titolo “L‘importanza della stampa Fine Art”. 

Incontro con Paolo Forlani (Responsabile Linea CANSON Infinity) e Antonella Pizzamiglio (Stampatore Ufficiale internazionale CANSON Infinity).


Domenica 29 settembre:

Incontro con Paolo Chiesa (Storico della Fotografia e dei processi originari).

Dimostrazione della Fotografia minutera e a seguire, conferenza dal titolo “La Fotografia come forma d‘arte sta nelle nostre mani e non sulla punta delle dita”


Montecchio Fotografia - La luce scritta 2024 - Terza Edizione

a cura di Enzo Crispino, Antonella Pizzamiglio e Barbara Sereni

testi critici di Sandro Parmiggiani

dal 6 al 29 settembre

Castello Medievale del Comune di Montecchio Emilia, (Reggio Emilia)

Orari di apertura:

Lunedì e giovedì: 9.00-13.00 / 15.00-18.00

Martedì e venerdì: 15.00 -18.00

Mercoledì: 9.00-13.00

Sabato: 9.00-12.00

Domenica: 15.00-19.00

Ingresso Libero


Partner ufficiale della rassegna: CANSON


Info e Prenotazioni: tel. 0522 861864


Foto di copertina © Enzo Crispino


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