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08.05.2023 # 6259
Le palme di Gigi Viglione

Marco Maraviglia //

Le palme di Gigi Viglione

Svettano verso il cielo, danzano col vento. La grazia estetica di un verde inosservato

Se non possono migrare spontaneamente, si importano.

Nel 1492 Cristoforo Colombo importò dall‘America fagioli, mais, patate, peperoni e peperoncini, pomodori e zucche, e poi ananas, arachidi, cacao, fichi d‘india e mais. Credeva fossero prodotti dell‘India. Ma l‘equivoco fu poi risolto da Amerigo Vespucci.

Cosa buona è che sono prodotti che ormai fanno parte della nostra alimentazione quotidiana.

Probabilmente diventeremo anche un popolo consumatore di farina di grilli, ma questa è un‘altra storia.

 

Tante sono le specie di piante che abbiamo importato dai paesi esotici: felci, orchidee, mango, papaya…

All‘inizio del ‘900, quasi come trofei del colonialismo, furono importate e piantate le palme che si adattarono al nostro clima europeo.

La Costa Azzurra è pittoresca grazie all‘estetica delle palme.

Sembra che presto torneremo a rivedere le palme in viale Augusto a Napoli nel suo vecchio splendore che i boomer ricordano.

Palme imponenti e secolari le troviamo all‘Orto Botanico, nei giardini di Villa Rosbery, salvate grazie a una sperimentazione dei ricercatori della Federico II, in qualche giardino dei palazzi Liberty, nei luoghi borbonici come la Villa Comunale o il Museo di Capodimonte.

Alla fine degli anni ‘30 nel progetto del parco nella Mostra d’Oltremare si comprese anche la piantumazione di palme. Quasi a voler marcare l‘ulteriore traccia del colonialismo.

E nell‘immaginario collettivo le palme ci riportano sempre all‘Africa o alle strade di Hollywood o ai polizieschi girati a Miami.

Ma hanno un loro fascino che è oggetto della mostra di Gigi Viglione.

 

Sono alberi. Belli. Dall‘apparenza robusta ma non invulnerabili. Dalle chiome consistenti. Le foglie fanno parte di una simbologia religiosa. Vi sono varie specie di palme. Alcune hanno resistito alla strage del punteruolo rosso e ai forti venti che si sono generati negli ultimi anni.

Sono palme. Ma quanti di noi si sono soffermati per osservarle e assaporarne la loro bellezza grafica?

Gigi Viglione è un ricercatore di poesia in ciò che osserva e fotografa. E, come tante poesie che non riescono a raggiungere chiunque, certe sue immagini possono sembrare ermetiche. Perché sono tra quelle che necessitano di un accompagnamento. Prendere per mano l‘osservatore e condurlo nei luoghi intimi dell‘immaginazione poetica.

E ha fotografato alcune palme del Bosco di Capodimonte.

 

Sono stato sempre affascinato dall‘immagine delle palme, dalla loro grazia esile e imponente, lanciate verso l‘alto nel vento a disegnare grafie armoniose, figlie di lontani deserti, trapiantate in città per narrarmi storie misteriose.

 

Come osservare nuvole, cercando forme, volti e animali, Gigi Viglione intravede nelle palme figure danzanti in un‘eleganza purtroppo non colta da chi assordato dai rumori di fondo della città. Come sinfonie naturali che cavalcano le pratiche new age della percezione delle energie nei dettagli delle cose.

Fa parte della poetica di Gigi Viglione riscontrabile anche in altri suoi lavori: ricercare il contenuto invisibile nella banalità delle cose dimostrando che esistono mondi celati che arricchiscono il patrimonio e il culto della bellezza da coltivare in se stessi.

 

La mostra consta di sei fotografie in bianconero. Sei dittici per esprimere, attraverso l‘accostamento, la dinamicità del movimento delle palme.

Realizzate su pellicola da lui sviluppata e stampa giclée fine art.

Un video di palme in movimento e al rallentatore, sempre in bianconero, anima ulteriormente la visione delle immagini esposte.

Una breve storia, essenziale, giusto il tempo per metterci di fronte a esseri viventi trascurati nella visione del paesaggio della città.

 

“È per questo le palme sono allegre

come coloro che hanno saputo soffrire in solitudine e ora si cullano nell‘aria, spazzano nubi

e dalle loro chiome consegnano inni alla luce [...]

Tremano, testimoni di un miracolo che conoscono soltanto loro”.

- Juan Vicente Piqueras, poeta valenziano da “Palme”, Ed. Empirìa, 2005

 

Bio

Gigi Viglione è nato a Napoli dove vive e lavora.

Dagli inizi degli anni ottanta sperimenta pittura, poesia visiva e grafica, percorsi creativi confluiti successivamente nella ricerca fotografica.

Luoghi interiori e della memoria, le città del Mediterraneo, isole, marine, forme delle architetture e atmosfere urbane, astrazioni poetiche svelate nella visione reale, sono alcuni tra i temi e la materia con cui compone

il suo racconto umano e fotografico.

www.gigiviglione.com

 

 

Palme, di Gigi Viglione

Porto Petraio

Napoli, Salita del Petraio 18 D - Adiacenze Stazione Funicolare Centrale Petraio

dal 6 al 14 maggio 2023

orari visite: giovedi 11 maggio, dalle 15:30 alle 19:30 e sabato 13 maggio, dalle 15:30 alle 01:00.

Mostra in occasione di “TangoNeta!, evento internazionale di tango che si svolgerà dall‘11 al 14 maggio



26.04.2023 # 6253
Le palme di Gigi Viglione

Marco Maraviglia //

Mikael Siirilä, Endless Moment in mostra all‘Andrea Nuovo Home Gallery

Fotografie virate con tè. Sintesi minimaliste della vita quotidiana per una libera interpretazione

Untitled (rocks and man); Untitled (hand and wall); Untitled (bottle), e così via. Sono le didascalie per tutte le venti fotografie di Mikael Siirilä che resteranno esposte all‘Andrea Nuovo Home Gallery fino al 15 luglio.

Chiedo a Mikael perché “senza titolo” ma comunque indica i soggetti ritratti nelle sue foto: «Per lasciare un‘interpretazione libera, aperta, all‘osservatore».

Si tratta di Endless Moment, momenti infiniti che nella loro sintesi grafico-compositiva possono dare percezioni ed interpretazioni infinite. A seconda di chi le osserva.

 

Raccolgo frammenti e osservazioni autentiche della mia vita quotidiana e dei miei viaggi e li ricontestualizzo in camera oscura. Cerco immagini singolari e autonome che resistano all‘espressione narrativa e verbale. Il mio obiettivo è evocare un senso di calma, riflessione e il je-ne-sais-quoi.

 

Astrattismo, minimalismo, essenzialismo, fotografia riduzionista. Attraverso inquadrature ristrette, dettagli, close up, Mikael Siirilä sembra cavalcare quel concetto di less is more coniato dall‘architetto Peter Behrens e amplificato poi dal suo allievo Mies van Der Rohe. Mikael non ci mostra scene aperte con varietà di informazioni visive. Di un paesaggio innevato ne mostra la sua potenza monocolore, il suo spazio immenso pieno e vuoto allo stesso tempo, riportandoci alle proporzioni della realtà della scena con la presenza di un bambino su uno slittino nello sfondo. Una mano, una nuca o una semplice treccia, un piede o dei gradini di una scala, non sono altro che un pretesto per dimostrare forse che è lo spazio intorno che predomina. Uno spazio in cui il dettaglio è evidenziato se messo a margine. L‘occhio vuole sapere perché le dita di una mano sono poste in un certo modo, cosa c‘è oltre quell‘inquadratura. E si immagina, lasciandosi trasportare in un percorso che porta verso più vie d‘uscita.

 

Non sono interessato a progetti fotografici, argomenti specifici o narrazioni. Cerco invece impressioni piccole, silenziose, poetiche che appaiano sospese nel tempo, distaccate e solenni come oggetti senza etichetta in un museo di storia.

 

Il mondo fotografico di Mikael Siirilä ha un suo equilibrio contemplativo di ricerca tra il momento della ripresa, le scelte gestite in camera oscura e una post-produzione fisica fatta di interventi manuali sulle stampe consistenti in impercettibili ritocchi di pigmento rendendole tutte copie uniche. A prescindere dalla tiratura.

Il processo del suo lavoro comprende scelte tecniche che seguono la ripresa in sé. In camera oscura non stampa sempre ciò che è presente sul frame della pellicola, fa piccoli tagli dell‘inquadratura che a volte raddrizza o inclina leggermente per ottenere il giusto equilibrio geometrico della composizione.

Ottenuta la stampa su carta alla gelatina d‘argento, una volta asciugata, la immerge in un‘altra bacinella con del tè. E grazie all‘attenta lavorazione di questa fase, tutte le stampe possiedono la stessa intonazione del viraggio simil-seppia. «Perché usi il tè e non il caffè?», chiedo. Il caffè è “oleoso”, non gestibile. Non dà il risultato che vuole ottenere.

 

Alcune delle mie immagini sono trattate con il tè per creare un caldo colore avorio dorato. Dopo questo processo la fotografia viene nuovamente lavata, asciugata e appiattita a caldo per 1-2 giorni.

 

Le mie stampe alla gelatina d‘argento ottengono il loro tono caldo da un bagno accuratamente controllato di tè nero. Di molti possibili coloranti, i tannini naturali del tè sono atossici e resistenti alla luce.

 

Ispirato da fotografi come Masao Yamamoto per il viraggio al tè, da Renato D‘Agostin per i contrasti grafici, da Ralph Gibson per i close up, Mikael Siirilä è riuscito a creare un mix molto personale e riconoscibile, creando un unicum nel suo stile.


Inoltre, Mikael Siirilä possiede in camera oscura un sistema di filtraggio dell‘aria per decontaminare la camera oscura da pulviscoli che potrebbero intaccare le foto. Insomma, tutto concorre alla resistenza nel tempo delle sue stampe. Le fotografie di 150 anni fa, esistono ancora e lo saranno anche quelle di Mikael.

 

Bio

Nato a Helsinki nel 1978, Mikael ha studiato fisica e filosofia teoretica all‘Università di Helsinki. Siirilä è un artista della camera oscura e un imprenditore del design. Sin dagli anni ‘90 studia e perfeziona le tecniche fotografiche avvicinandosi alla fotografia come una pratica lenta e riflessiva.

Membro del collettivo internazionale AllFormat. È cofondatore e visual designer di Innome Oy (2000-2006) e visual designer di Nordenswan & Siirilä Oy (2006-2022). Ha partecipato a diverse mostre personali e collettive, tra cui: InCadaqués Festival, Spagna, 2022; PHOTO Cult magazine, Italia 2021; Zero Pixel Festival, Italia 2021; The Hand Magazine, USA 2021; Collective Paper, Danimarca; Hippolyte Korjaamo, Finlandia; Photo museums; Jaani Seegi galerii, Estonia; Shoot It With Film, online/USA 2020; Zero Pixel Festival, Italia 2020. Tra le pubblicazioni: Black + White Photography, WB Interview, 2023; L‘immagine più che la forma, Fotocult, Giugno 2021; The Hand Magazine – Interview, 2021; Analog Magazine, Svizzera 2019; LEON magazine, Finlandia 2017; Fisheye Magazine, online, Francia.

 

 

Mikael Siirilä

Endless Moment

Andrea Nuovo Home Gallery

Via Monte di Dio, 61, 80132 Napoli.

Dall‘8 aprile 2023 al 15 luglio 2023

Tel: +39 081 18638995

info@andreanuovo.com


Foto di copertina: Mikael Siirilä ritratto da Roberto Della Noce; courtesy Andrea Nuovo Home Gallery

20.04.2023 # 6250
Le palme di Gigi Viglione

Marco Maraviglia //

Michael Ackerman, Homecoming. New York/Varanasi/Napoli

Tornando a casa, con un taccuino carico di appunti ai sali d‘argento, dai bordi strappati, come racconti da leggere dentro

Tornando a casa. Ma si è sicuri di tornare a casa? Siamo convinti di avere parametri certi che definiscano il concetto di “casa”?

Cos‘è una casa? Uno spazio dove sentirsi protetti e custodire roba accumulata durante la nostra esistenza che non potremo portarci dall‘altra parte della vita?

Un tetto che ti dia la sicurezza del focolare domestico con un partner, figli, il gatto o il cane, l‘angolino bar dove sai che puoi farti un cicchetto quando vuoi?

Il luogo dove hai acqua, gas, luce, elettrodomestici e il letto per dormire?

È tutto indispensabile?

Giovanni Verga alla fine dell‘800, con la sua novella La roba cercò di dirci qualcosa in merito.

Cosa serve per vivere? Forse la sola stessa vita è sufficiente. La casa è dentro di noi. Sentirsi a casa, e ovunque, è cosa diversa rispetto a essere a casa o di tornare a casa. Sentire o essere? Un po‘ shakespeariano il senso ma ci serve per trovare una chiave di lettura del lavoro di Michael Ackerman.

Sentirsi a casa in ogni luogo è forse una questione di stabilità emotiva esercitata vivendo l‘effimero, con la privazione, con la consapevolezza che nulla è per sempre. E quindi è possibile vivere con l‘essenziale. Dove ambizione e desiderio di possedere punti di riferimento fisici, sono sopraffatti dall‘esperienziale puro. Dagli istanti di centesimi di secondo che rubano il mondo che percorriamo.

A un madonnaro chiesi cosa provava nel sapere che dopo qualche giorno le sue opere disegnate sui marciapiedi scomparivano sotto il calpestio dei passanti e della pioggia: «È una sensazione bellissima. Impari a non legarti alle cose e che la vita continua». Puoi ricostruire ciò che è andato distrutto. Meglio o comunque diversamente. Tutto passa. Tutto ci scorre avanti ad alta velocità e non possiamo portarci tutto dietro. Ma forse dentro sì perché cuore e mente sono più capienti di una valigia o di un tir per un trasloco.

 

Non ho mai avuto la certezza di una casa. Sono nato in Israele, cresciuto a New York e ora vivo con mia moglie e mia figlia a Berlino. Ho sempre saputo di essere un outsider e mi sento legato ad altri outsider, ai paesaggi urbani e non, e agli animali che incarnano questo spirito. Sono guidato dal bisogno di guardare al di là della superficie e delle facciate. In un certo senso, di vedere l‘invisibile.

-Michael Ackerman

 

Michael Ackerman è uno sketcher della fotografia. I suoi sono schizzi ai sali d‘argento. È come se fossero acquerelli di luce realizzati con matite consumate. Dure, grasse o a carboncino. In questi appunti di carta fotosensibile si impongono la grana di pellicole tirate anche a 3200 ISO, le macchie di arresto parziale dell‘emulsione, vignettature, le infiltrazioni di luce di fotocamere vintage ormai non più a tenuta di luce.

È l‘effetto-Holga, la toy camera accessibile a tutti ma usata intenzionalmente e magistralmente per creare contenuti fotografici outsider. La fotocamera qui non serve per fare la bella o la buona fotografia, ma è l‘istante che fa la foto. L‘estetica qui è nella sveltina, intensa, piena, di vita vissuta. Perché la fotografia, quando è passione, è anche come un amplesso rubato dal tempo. E non è lo strumento che fa la foto, ma l‘istante e il ricordo che viene congelato in quell‘attimo stesso. Quel che resta.

 

Ackerman non cerca mai “l‘istante decisivo” come altri fotografi ma cattura quel momento tra i momenti, quell‘attimo in cui l‘inaspettato o l‘invisibile si rivela, cogliendo non ciò che vediamo, ma ciò che sentiamo.

- Sarah Moon, fotografa

 

Quel che deve restare è l‘emozione, l‘attimo, quel magico accordo tra luce, incontro col soggetto e scatto che non necessariamente deve mostrare il visibile, ma l‘intravisto o il percepito, il ricostruire tra i puntini della grana il vuoto: chiudere mentalmente ciò che non si vede ma c‘è. Come nudi velati che intrigano ma senza mostrare.

 

Queste di Michael Ackerman sono appunti sciolti, spaiati come pezzi di carta lasciati liberi sulla scrivania dopo aver parlato al telefono oppure raccolti come taccuini di viaggio. Alcune sequenze sono stampate come piccole fisarmoniche ricordando i souvenir vintage o certi blocchetti per appunti da viaggio della Moleskine.

 

I suoi ritratti, posati o fugaci, mettono a nudo le emozioni di un‘umanità che è allo stesso tempo cupa, tenera, vulnerabile, persino dolce. Sono frutto di profonda empatia e affetto.

Immagini composte in trittici, dittici, usate in sequenza, in formati diversi, scandiscono un ritmo e una narrazione quasi cinematografici.

- Cristina Ferraiuolo

 

Sono soggetti ripresi tra New York e Varanasi. Città ad alta densità di stimoli visivi. Alta densità di varietà umana, di spunti di vita e di vista. Sarebbe impossibile fotografare tutto e secondo i canoni tecnici classici. Perché se ne sminuirebbe il concept ackermaniano. Perché nelle metropoli tutto avviene in tempi esponenziali. Michael Ackerman nei suoi scatti volutamente “trascurati”, ci restituisce quelle atmosfere dove anche gli animali hanno un ruolo da protagonisti in quel rapporto di convivenza con gli umani sul pianeta.

 

Ma è lo “strappo” una delle caratteristiche più particolari del lavoro di Ackerman.

Come se fossero provini di stampa, parte delle foto esposte hanno i bordi strappati a mano. Il che fa tutt‘uno con la ricerca estetica di Michael Ackerman descritta fin qui.

E l‘apoteosi dello “strappo di Ackerman” è sulle pareti di un angolo della Spot home gallery, dove sono applicati ritagli di provini di stampa che fanno entrare idealmente il pubblico nella camera oscura di Michael.

Lo “strappo” come marchio di riconoscimento. Appunti di “acquerelli di luce” ai sali d‘argento, quasi come se fossero note di spesa strappate casualmente da un vecchio foglio di carta.

Perché tutto è effimero, riscrivibile. Il confine del definito è solo questione di forma mentis.

Chi torna a casa, sa che ritroverà quegli appunti e dove: dentro di sé. Riconoscendoli anche al buio perché la casualità dello strappo sui bordi, li rende diversi l‘uno dall‘altro. Ogni bordo è il segno di un ricordo emotivo, come se fosse raccontato in una specie di braille: "lo strappo Ackerman".

 

Biografia

Michael Ackerman è nato a Tel Aviv nel 1967. All‘età di 7 anni la sua famiglia è emigrata a New York, dove è cresciuto e ha iniziato a fotografare all‘età di 18 anni. Ha esposto in mostre personali e collettive in tutto il mondo e ha pubblicato 5 libri, tra cui End Time City, edito da Robert Delpire, che ha vinto il Prix Nadar nel 1999. Le sue opere sono presenti nella collezione permanente del Museum of Fine Arts di Houston, del Museum of Modern Art e del Brooklyn Museum di New York, della MEP e della Biliothèque Nationale in Francia, oltre che in molte collezioni private. Attualmente vive a Berlino.

 

 

Michael Ackerman

Homecoming

New York • Varanasi • Napoli

dal 13 aprile al 30 giugno 2023

Spot home gallery

via Toledo n. 66, Napoli

+39 081 9228816

info@spothomegallery.com

www.spothomegallery.com

 

 

In copertina: © Michael Ackerman. New York, 2021

17.04.2023 # 6249
Le palme di Gigi Viglione

Marco Maraviglia //

Gianni Berengo Gardin. L‘occhio come mestiere

Oltre 200 fotografie che raccontano l‘Italia dal dopoguerra a oggi. Un mondo estinto o che sta scomparendo

Tenetevi forti! L‘uomo da quasi 2milioni di scatti fotografici è qui.

Quello che non usa mai il 50 mm perché preferisce il 35 mm per stare più dentro la scena. Quello che timbra dietro le sue stampe fotografiche “vera fotografia”, antagonista del digitale, perché lavora solo con pellicola e stampe ai sali d‘argento. Perché solo così sa che può toccarla e avvertirne il possesso. È il fotografo dai quasi 260 libri pubblicati tra cui 30 con il Touring Club Italiano. Perché i giornali lo facevano lavorare poco anche se ha collaborato con riviste come Domus, Epoca, Le Figaro, L‘Espresso, Time, Stern.

È quello che, dopo aver fotografato Giuseppe Ungaretti durante una manifestazione studentesca a Venezia, la polizia caricò e un poliziotto gli spappolò il pollice con una manganellata. E gli è rimasto il bitorzolo. E anche la foto del poliziotto che immortalò con la sua Leica mentre era rincorso.

Quello che ebbe da Ugo Mulas un simpatico rimprovero perché non conosceva la differenza tra una fotografia bella e una buona fotografia.

È quel fotografo che quando propose le sue prime fotografie di Venezia, otto editori che contattò gliele bocciarono perché non era una Venezia “turistica”. Ma gli pubblicò il libro un editore svizzero e fece il botto.

 

Eh sì, c‘è Gianni Berengo Gardin a Napoli. Classe 1930. In realtà a Napoli c‘è già stato diverse volte di persona per fotografare e alcuni degli scatti che ha fatto, sono presenti tra le oltre 200 fotografie in mostra alla Casa della Fotografia in Villa Pignatelli andando a implementare le immagini già esposte al MAXXI di Roma nel 2022.

Si suggerisce di andarci con un paio di tramezzini e acqua per osservarle tutte con calma.

Perché non è una passeggiata. Cioè sì, lo è ma lunga, nello spazio e nel tempo. Perché si attraversa l‘intero stivale, da Nord a Sud, dagli anni ‘50 a oggi.

Una faticata? No. Un piacevole viaggio che inizia dalle gigantografie che ritraggono i dettagli del suo atelier mansardato. Ordinato in maniera quasi maniacale: in una di queste foto non si vede perché è in bianconero, ma gli attrezzi per bricolage ritratti sono tutti dipinti in rosso per avere un certo ordine. Un ordine forse scaturito da un‘esperienza sgradita, se non traumatizzante: di quando durante un trasloco perse alcune foto che fece a Parigi, comprese quelle fatte a Jean Paul Sartre.

E poi si attraversano le altre sale con fotografie esposte in un percorso volutamente non cronologico. Ragazzi che ballano in spiaggia con un vecchio grammofono; un lungo bacio di una coppia sotto i portici e la durata di quel bacio è determinata dai piccioni a terra che sono mossi.

 

Sono un guardone. Il fotografo deve essere un guardone, un curioso, con uno sguardo che vada oltre la fisicità dei soggetti.

 

Le foto di Gianni Berengo Gardin sono tutte rigorosamente in bianconero. Perché è cresciuto col cinema, la tv, la fotografia in bianconero e il colore, come lui e altri grandi fotografi della sua generazione sostengono, distrae l‘attenzione dalle scene ritratte.

Nelle sue immagini vediamo un mondo che, per certi versi, sta scomparendo o è già finito. È la missione consapevole e progettuale di Berengo Gardin: lavorare per l‘archivio per tramandare ai posteri il “come eravamo”.

Come stava, cosa faceva, come viveva la gente nelle città italiane. Per le strade, sulle spiagge, durante le feste, i lavori in strada o, come quella di un basso napoletano da lui immortalato: un negozio di scarpe nella casa.  I villaggi Rom, i luoghi rurali, l‘Aquila colpita dal terremoto, i personaggi che ha incontrato come Cesare Zavattini che scrisse per lui alcuni testi dei suoi libri, Peggy Guggenheim, Sebastiao Salgado, Ugo Mulas, Dario Fo… E poi, gli operai delle fabbriche e dei cantieri. Indagini sociali e urbanistiche di un‘Italia che andava rinnovandosi, si trasformava durante il babyboom, fino a giungere negli ultimi anni alle foto di denuncia delle grandi navi a Venezia.

 

Amavo molto Venezia, poi è stata assassinata dal turismo.

 

Documenti fotografici che fanno ormai parte dell‘iconografia del Belpaese. Come le immagini realizzate per l‘Olivetti che mostrano l‘umanità della fabbrica con spazi destinati a servizi sociali e culturali per le famiglie dei dipendenti.

O quelle sulle condizioni dei degenti nei manicomi italiani, realizzate per il libro Morire di classe, in tandem con Carla Cerati. Immagini struggenti che sensibilizzarono ulteriormente l‘opinione pubblica e lo stesso Franco Basaglia che si batté per la Legge 180.

Alcuni suoi libri già documentano un‘Italia che non c‘è più, altri saranno documenti per il futuro.

 

Il vero DNA della fotografia è la documentazione.

Non sono un artista, non voglio passare per un artista, assolutamente… io sono uno che racconta quel che mi succede intorno, sono un testimone della mia epoca.

 

La fotografia per Gianni Berengo Gardin, non è un divertimento, ma un vero e proprio impegno sociale. Non ha frequentato scuole di fotografia, si è formato dalla lettura dei libri, entrando in contatto con i luoghi e le realtà sociali in essi descritte. A tal fine, furono per lui utili persino le figurine della Liebig di cui possiede ancora la collezione. E poi ha imparato da centinaia di libri di fotografia. Di vecchi fotografi e qualcuno tra i più giovani. E considera suo maestro assoluto Willy Ronis (1910-2009) per l‘aspetto della fotografia umanista.

 

L‘Italia di Giani Berengo Gardin è un mondo che scompare e, per certi versi è già finito. Come disse Goffredo Fofi, nelle sue fotografie vi sono volti dell‘epoca che non esistono più. Quelle espressioni di un popolo povero ma felice, laborioso in cerca di riscatto, creativo, intraprendente, è un‘altra storia.

Ma nulla scompare per sempre. Perché restano come testimoni gli oltre 250 libri che Gianni Berengo Gardin ha pubblicato. A volte collaborando con fotografi come Gabriele Basilico, Luciano D‘Alessandro, Ferdinando Scianna, l‘architetto Renzo Piano.

E alcuni di quei libri sono esposti in questa mostra, da vedere da soli o con i figli. Per mostrar loro “come eravamo”.

Magari inquadrando il QR code per essere accompagnati dalla voce di Gianni Berengo Gardin che racconta in prima persona aneddoti e ricordi legati alla sua vita personale e professionale.

 

 

 

L‘occhio come mestiere, Gianni Berengo Gardin

a cura di Margherita Guccione, Alessandra Mauro, Marta Ragozzino

Villa Pignatelli, Casa della fotografia- Napoli,

6 aprile - 9 luglio 2023

 

Foto di copertina: Una grande nave in bacino San Marco, Venezia, 2013; © Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

 

UFFICIO STAMPA DIREZIONE REGIONALE MUSEI CAMPANIA

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11.04.2023 # 6244
Le palme di Gigi Viglione

Marco Maraviglia //

Luca Stoppini, Tra il muro della terra e i martìri

Fino al 13 aprile nella chiesa di San Giuseppe delle Scalze, le alchimie visive dell’invisibile

Nulla è come sembra.

Non tutto è visibile di fronte all‘occhio guidato dalla razionalità della mente. Sei abituato a riconoscere lo spazio e il suo contenuto secondo regole e canoni standardizzati da sovrastrutture matematiche, estetiche, biologiche, esperienziali, ma non è tutto lì il mondo. Non finisce dove arriva l‘occhio.

Eppure è la stessa matematica che ci “promette” l‘infinito. Oltre il quale due rette possono incontrarsi.

È una strada, è LA strada da percorrere per superare la ragione affinché l‘irragionevolezza possa poi diventare ragione conclamata. Lì dove l‘invisibile diventi visibile.

Tra due specchi paralleli ci riflettiamo duplicandoci a perdita d‘occhio. L‘Io si annulla oltre l‘ultimo riflesso che non riusciamo a scorgere.

 

Proprio questo movimento ondulatorio fluido che la rifrazione crea è quello che io costantemente cerco di cristallizzare con le manipolazioni-distorsioni nelle mie immagini cercando di “vedere” anche quell‘immagine che la luce ha trasportato nella nostra parte inconscia e che muove le nostre emozioni più forti. Sono immagini quindi che riflettono il profondo costantemente agitato dal nostro inconscio.

- Luca Stoppini

 

Le immagini di Luca Stoppini è come se sfidassero l‘equilibrio frattale. C‘è in esse armonia e ritmo anche se lontane dall‘omotetia geometrica. Del resto, chi ha lavorato per oltre 30 anni per la Condé Nast come art director, non poteva non avere un senso rivoluzionario dell‘estetica, addestrato e maturato per catturare l‘attenzione dell‘osservatore.

Fotografie, o porzioni di esse, distorte, deformate, fino a privarle di ogni riferimento tangibile, concreto, visibile. Parti di corpo umano divengono materiale fluido, come colori a olio sulla tavolozza e da avvicinare tra di loro, componendo forme sinuose, tortuose e a spirali ma senza mescolarli. Senza diluirli, anzi, alternando vuoto e pieno affinché il momento finale di questa danza emotiva, si compia. Sembrano bocche di piantine carnivore o fiori tropicali? La risposta è ciò senti.

Sono alchimie foto-grafiche. «Pittografie in cui si avverte il sapore di un‘attesa che riposa, per esplodere negli occhi di chi guarda» (Maria Savarese). Produzione dell‘invisibile, dell‘inesistente per (di)mostrare che può esistere e avere un suo perché. Come in una ricerca di laboratorio dove si manipolano molecole per guarirne o produrne delle altre. Qui il laboratorio è il software, si usano gli strumenti digitali di elaborazione dell‘immagine come lo strumento “altera” o il filtro “fluidifica” del Photoshop, introducendo ulteriori livelli che vanno ad interagire con i pre-esistenti, fin dove il tutto si compie. Dove la fotografia, il pieno, si annulla nel vuoto rigenerando altro pieno nel colore.

 

Immagino esista una ventiquattresima coppia di cromosomi. Molecole che riempiendosi e svuotandosi costantemente modificano e rendono fluide le geometrie del corpo. Le emozioni sono il motore che genera questo movimento. Il mio continuo scansirlo vuole renderle visibili. Appena entrato alle Scalze lo scambio tra pieno e vuoto mi ha colpito fisicamente. Come quando per la prima volta percepisci fisicamente le onde sui cui corre la musica. La forma del tuo corpo viene plasmata dall‘emozione; pieno e vuoto sono lì, davanti a te. Immobili, immediatamente reattivi alle tue emozioni. Luce e buio, enorme e microscopico, rumore e silenzio. Sacro e umano. Esiste lì una decadenza che vive di luce propria. Attraversandola ti fai dieci volte più alto, nello scoprirla minuscolo. Voglio in questa mostra entrare leggero come l‘aria che muove una tenda, violento come il vento che fa sbattere la finestra, che rompe i vetri. Come uno specchio in queste immagini voglio riflettere l‘emozione che ha modificato il mio corpo durante questi anni.

- Luca Stoppini

 

Un sottile concept intimo ed emotivo maturato negli spazi che ospitano la mostra dove i grandi spazi sono un‘alternanza di pieno e vuoto. E dove le stesse immagini di Luca Stoppini, si alternano nei vuoti degli spazi della chiesa.

Tre grandi fotografie (3x4 m) a terra e in controfacciata una di altrettanti dimensioni mentre lungo tutto il perimetro delle pareti, sette opere di grandezza inferiore.

Fotografie che sembrano un tutt‘uno con il contesto circostante e che avviano un dialogo visivo capace di riempire quel senso di smarrimento che si avverte quando si percorre la chiesa.

 

In questo luogo il pieno e il vuoto è lì, davanti a te pronto allo scambio. Apparentemente immobile ma immediatamente reattivo alle tue emozioni. La luce e il buio, l‘enorme e il microscopico, il suono e il silenzio e ovviamente il sacro e il profano. Esiste lì una decadenza che vive di luce propria. Attraversandola ti fai alto più di dieci volte la tua statura e minuscolo nello scoprirla.

- Luca Stoppini

 

La Chiesa di San Giuseppe degli Scalzi è quindi il luogo che si presta all‘esposizione. Un HUB di rigenerazione urbana che, grazie al Forum Tarsia, dal 2005 lavorò per restituire alla cittadinanza “Le Scalze”.

 

Bio (dal comunicato stampa)

Nasce a Milano nel 1961. Vive e lavora tra Milano e Parigi

Luca Stoppini è un professionista dell‘immagine a 360°. Per più di trent‘anni direttore artistico di Vogue Italia e de L‘Uomo Vogue, oggi direttore creativo di ICON Mondadori, ha curato il concept visuale di molte campagne e pubblicazioni della moda, affiancando sul set molti dei più grandi e conosciuti fotografi di moda e vanta collaborazioni con case editrici internazionali come Skira, Rizzoli International, Thames&Hudson e musei come Triennale di Milano, Victoria and Albert Museum di Londra. Designer grafico, ma anche artista puro, Stoppini ha sperimentato una varietà di materiali e di tecniche, per realizzare opere immagini bi e tridimensionali che sono state esposte nel contesto di personali e collettive in diverse parti del mondo, entrando a far parte di

alcune importanti collezioni d‘arte contemporanea. Fra i suoi strumenti più consoni, veloce e versatile per prendere appunti visivi non stop, per annotare estemporaneamente situazioni e momenti, ma anche per registrare e trasporre soggetti, suggestioni, colori e patine della vita nel suo lavoro d‘artista, la macchina fo­tografica digitale si è trasformata in una congeniale, irrinunciabile estensione dello sguardo di Luca Stoppini. Un mezzo per accostare, rilevare e penetrare situazioni diverse, un modo di accostare, decodificare, penetra­re le forme della vita vita e le dinamiche dell‘arte.

 

 

LUCA STOPPINI

Tra il muro della terra e i martìri

mostra fotografica a cura di Maria Savarese

Con il sostegno di Kiton

Chiesa S. Giuseppe delle Scalze

Salita Pontecorvo, 65 - Napoli

Dall‘1 aprile al 13 aprile 2023

orario: 10.00 - 16.00

domenica chiuso

ingresso libero

per ulteriori informazioni:

Ufficio stampa

Guardans-Cambó

tel. 02 43990159

press@guardanscambo.com



13.03.2023 # 6224
Le palme di Gigi Viglione

Marco Maraviglia //

Pino Grimaldi: Fotodesign. Didascalie d‘autore con immagini (1972-2017)

L‘ideatore del blur design in una insolita mostra fotografica quasi autobiografica. Un album fotografico collettivo

Didascalie con foto. Come dire «toga con avvocato» oppure «arredamento con casa» o ancora, «acqua con bottiglia». Il soggetto è contenuto o contenitore?

Pino Grimaldi è stato una delle punte di diamante dello scenario del graphic design nazionale che purtroppo ci ha lasciati giusto tre anni fa. Nel pieno delle sue attività professionali.

Pensare all‘inverso è un modo di progettare la soluzione prima che si presenti il problema. Significa andare oltre. Arrivare alla luna senza badare nemmeno al dito che la indica.

Pino Grimaldi quando iniziò a pensare questo progetto probabilmente immaginò la famosa massima di Ansel Adams «Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta, se devi spiegarla vuol dire che non è venuta bene». Perché sapeva che questa non poteva essere un principio assoluto.

Pino aveva un altro (ma anche alto) concetto della fotografia. Con l‘avvento del digitale, si era reso conto delle opportunità che si presentavano.

 

Oggi la fotografia è totalmente digitale (i nostalgici tecnofobi se ne facciano una ragione); la fase di produzione seriale è scandita da una filiera che non è più lo sviluppo e stampa, ma è ancora molto più complessa di prima e attraversa diverse fasi.

Dell‘antica scansione binaria: Ripresa + Sviluppo e Stampa è diventata una ragnatela di momenti, tutti delicatissimi, tutti molto, molto dipendenti dalla tecnologia e dalla capacità di controllarla allo scopo di avere un output che coincida con l‘intenzione dell’autore. Anche se l‘autore, se appena è un poco consapevole, sa che il lavoro una volta consegnato al sistema dei media non gli appartiene più e va a ricollocarsi in un nuovo senso che è quello del contesto nel quale è inserito.

 

È nella consapevolezza di quella sua idea di fotografia che la immagina come fonte progettuale di design. Un‘opportunità creativa per fotografi, grafici, designer, comunicatori. Qualcosa che può non essere solo a sé stante per illustrare o documentare, ma diventare fruibile in maniera partecipata, un prodotto interattivo. Utile, come un qualsiasi oggetto di design ben progettato.

 

Pino Grimaldi aveva selezionato fotografie da lui scattate tra il 1972 e il 2017 che fermavano quarantacinque anni di alcuni momenti da lui vissuti. Documentavano sintesi di storie che solo lui o una ristretta cerchia di persone, potevano (ri)conoscere e ricordare. Le foto pubblicate sui giornali sono a corredo degli articoli, in fondo, ma Fotodesign di Pino non sono pagine di giornale con fotografie, ma è come un album di memorie fotografiche. Di quelli dove si annotano frasi, ricordi, note storiche in calce alle foto stesse. Ma con la particolarità che quelle didascalie sono scritte non da chi ha “attaccato” le foto nell‘album, ma da chi era lì al momento dello scatto o perché coinvolto per altri motivi.

Il contenuto diventa packaging. Apoteosi della simbiosi tra prodotto e suo contenitore. Quell‘album fotografico veicola storie nella sua totalità. Le foto non hanno ragione di esistere senza quei pensieri scritti.

 

E allora ecco le “annotazioni” del critico d‘arte Achille Bonito Oliva, della gallerista Lia Rumma, dell‘artista Lello Esposito e, ancora, qualcuno scrive citazioni per un ritratto fatto a Marina Abramovich durante una performance nel ‘72 alla Galleria Morra. E poi altre didascalie che accompagnano le foto scritte da Daniela Piscitelli, Giovanna Cassese, Angelo Trimarco, Massimo Bignardi, Anty Pansera, Luciana Libero, Alba Palmiero, Alfonso Amendola, Franco Tozza, Andrea Manzi, Carlo Pecoraro, Maria De Vivo, Giuseppe Durante, Paolo Apolito, Paola Fimiani, Rino Mele, Silvana Sinisi,Marcello Napoli, Cettina Lenza, Antonella Fusco, Maria Rosaria Greco, Rossella Bonito Oliva.

Tutti cari amici di Pino Grimaldi conosciuti negli anni e con i quali ha condiviso quei momenti fotografici.

 

Sono esposte trentaquattro fotografie con relative didascalie. Non hanno la pretesa di essere tecnicamente perfette. Alcune non sono state riprodotte e ritoccate per eliminare imperfezioni tecniche per ristamparle, ma sono le stampe originali ai sali d‘argento. Nude e crude, così come erano state conservate da Pino.

Ogni didascalia è accanto alla foto e occupa la stessa grandezza dello spazio della foto. Citazioni, ricordi, riflessioni, spunti di dibattiti.

 

L‘apporto di Ilaria e Daria Grimaldi, figlie di Pino, è stato fondamentale per la messa in opera di questa mostra. Ne parlavano insieme, durante la fase progettuale, e la successiva scoperta e lettura degli appunti del padre, le ha portate a definire il tutto nei dettagli per questa mostra. C‘era un‘ottima intesa tra loro e Pino credo che avrebbe apprezzato il risultato finale.

Un progetto che non resterà solo appeso alle pareti del Palazzo Fruscione di Salerno per soli quindici giorni, ma è già un libro che sarà presentato il 15 marzo alle 18.00 nella stessa sede espositiva alla presenza di Vincenzo Napoli, Sindaco di Salerno, e altre personalità del mondo dell‘arte e della cultura.

 

Pino Grimaldi è stato un grande designer che è riuscito a disegnare anche questo delizioso progetto in maniera condivisa, con empatia, con i suoi amici, pur avendoci lasciati prima. E sarà un‘occasione per i giovani graphic designer per conoscere questa sua idea e per ricordarlo insieme, tra vecchi amici, con i sorrisi nella mente.

 

Copertina: Marina Abramovich - performance Galleria Lia Rumma 1972 © Ph. Pino Grimaldi

Foto sotto: Achille Bonito Oliva - 1972 © Pino Grimaldi




 

Fotodesign-Didascalie d‘autore con immagini - 1972 -2017

Mostra fotografica di Pino Grimaldi

Dal 15 al 31 marzo Palazzo Fruscione (Sa)

vicolo Adelberga  19

Inaugurazione 15 marzo ore 17.30

Ingresso libero

dal martedì al venerdì: ore 11.00 - 13.00 e dalle ore 17.00 alle ore 20.00.

Il sabato e la domenica dalle ore 10.30 alle 20.30 in orario continuativo.

Info: comunicazione@blendlab.it

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